PAROLE DEL SUD – GENNAIO 2019
Comboniani Brasile

«È facile, per voi: vi riunite una volta all’anno per definire le priorità dell’anno a venire. Fate un elenco rapido di azioni, votate e scegliete ciò che la maggioranza impone». È la critica di un membro del Consiglio indigenista missionario al modo in cui noi, “bianchi”, ci organizziamo nella Chiesa e nella società. «Il popolo krahô-kanela, che seguo da tempo, quando sorge un conflitto convoca una grande assemblea. L’ultima è durata 15 ore di fila. Ciascuno si posiziona, dice la sua. C’è chi denuncia, chi chiede perdono, a volte si piange; si discute molto, si propongono alternative, non si chiude il dialogo finché non si è raggiunto un consenso. Ma, una volta ottenuto, nessuno più si permette di contestarlo. È come una decisione sacra, perché consolidata e collettiva».

Il modo in cui un popolo si organizza dipende dalla sua cultura e dalla sua storia, e influenza profondamente il suo futuro. Uno dei paradossi della nostra democrazia è che la società si costruisce sulla forza della maggioranza, ma le decisioni sono prese da poche persone. Nell’analisi della realtà e dei conflitti, riusciamo sempre meno ad ascoltarci e ci chiudiamo nel confronto tra gruppi di potere o convinzioni impermeabili.

Altre maniere di relazionarsi, impensabili per il nostro stile di vita, fanno da specchio alla nostra società e ci mettono in discussione. È uno dei motivi per cui papa Francesco, nell’enciclica Laudato si’ e nella convocazione del Sinodo speciale per l’Amazzonia, rimette al centro l’esperienza indigena, quasi come una rivelazione di percorsi di umanità che stiamo perdendo.

“Una buona politica è a servizio della pace”, è il titolo del messaggio di Francesco per la Giornata mondiale della Pace 2019. Mons. Bregantini, vescovo di Campobasso, commenta che la politica deve essere rivalorizzata e non disprezzata, specialmente «in questo momento di sovranismo locale dove la mancanza di prospettive lunghe ci rende tutti miopi. (…) La pace nasce da relazioni serene, lungimiranti e intelligenti, basate sul pilastro della verità».

Il fare politica alla maniera indigena si fonda sul principio che aiutando gli altri stiamo aiutando noi stessi. La politica lungimirante non si preoccupa solo di allontanare i problemi dalla propria terra, o di rafforzare la protezione dei confini di stato, della proprietà e dei diritti privati.

Questa intuizione è sorprendentemente viva tra i popoli originari in Brasile. «Non staremo in pace se solo la nostra Terra indigena è riconosciuta ufficialmente: è un diritto di tutti i nostri “parenti”», commenta un leader kanela.

Queste affermazioni si dimostrano nei fatti. Come a luglio 2012, quando 20 guerrieri munduruku del bacino del fiume Tapajós hanno raggiunto i loro “parenti” del fiume Xingu, per aiutare dieci etnie indigene a proteggersi dal grande progetto idroelettrico Belo Monte. Tale progetto è stato realizzato e ha innescato una catena di impatti negativi sulla gente e sul territorio. Don Milani diceva: «Ho insegnato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia».

Il servizio più efficace, profondo e duraturo alla pace potrà venire solo da una buona politica.

Nella foto popolazioni popolo krahô-kanela del Tocantins in occasione di una cerimonia culturale.

Consiglio indigenista missionario
Il Cimi è un organismo della Chiesa cattolica in Brasile, molto impegnato nella difesa dei territori, dei diritti e della cultura indigena. È sempre molto esposto a critiche e contestazioni, per il fatto che assume la causa dei popoli più deboli. Di recente, il nuovo presidente Bolsonaro non ha risparmiato critiche all’organizzazione.

Parenti
È il modo in cui i diversi popoli indigeni si riconoscono tra loro. In Brasile esistono 225 etnie, ciascuna con una sua lingua propria. Ma, probabilmente a causa della persecuzione comune che hanno sofferto e dell’esclusione di cui sono ancora vittime, questi popoli si sentono profondamente uniti.