Unione africana / L’elezione a presidente di Clarice Nkosazana Dlamini-Zuma
Prima donna, prima esponente dell’Africa australe, primo politico di un paese forte: la neoeletta ai vertici dell’Ua vanta molti primati. La speranza è che porti un vento di liberazione dai governi corrotti e dalle dittature, e che rafforzi le democrazie. Ma la sua nomina ha molti significati anche all’interno del suo Sudafrica, che aspira con lei a un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

L’elezione della sudafricana Nkosazana Dlamini-Zuma a presidente della Commissione dell’Unione africana (Ua) è significativa per vari motivi: è la prima donna a ricoprire tale carica, la prima persona originaria dell’Africa australe a occupare questo ruolo e la prima a provenire da uno stato importante, come Nigeria, Egitto, Kenya e, appunto, Sudafrica. Ma prima di entrare nel merito di questi “primati”, chiediamoci chi è questa donna e come sia arrivata tanto in alto.

Dlamini-Zuma nasce nel 1949 nella provincia sudafricana del Natal. A 22 anni s’iscrive all’università della Zululand, dove consegue una laurea in scienze, per poi frequentare la facoltà di medicina all’università del Natal. Militante anti-apartheid sin dall’adolescenza, nel 1976 deve fuggire in Inghilterra, dove completa gli studi di medicina all’università di Bristol. Nel 1978 va in Swaziland per prestare la sua opera di medico in un ospedale e qui incontra il suo futuro marito, l’attuale presidente sudafricano, Jacob Zuma, che sposa nel 1982. Nel 1985 torna in Inghilterra per un diploma in medicina tropicale pediatrica all’università di Liverpool. Nel 1998 divorzia da Jacob Zuma.

Dopo le elezioni democratiche del 1994, Dlamini-Zuma è ministro della sanità sia nel governo di Nelson Mandela, sia, nel 1999, nel governo di Thabo Mbeki dove ottiene il ministero degli affari esteri, incarico che mantiene anche nella breve (settembre 2008-maggio 2009) amministrazione di Kgalema Motlanthe. Nel 2009, l’ex marito, divenuto presidente, la nomina ministro degli affari interni. In pratica, è uno dei due o tre ministri che hanno ricoperto un incarico sotto tutti i presidenti sudafricani del periodo post-apartheid.

Ministro anonimo
Come ministro della sanità non ha brillato, anche se le è stato riconosciuto il merito di aver aiutato Mandela a mantenere la promessa di garantire cure mediche gratuite a tutti i sudafricani sotto i 15 anni e di aver focalizzato gli sforzi del suo ministero sulla medicina preventiva. Sfortunatamente, la fine del suo mandato ministeriale alla sanità coincise con il crescente scetticismo del governo di Mbeki nei confronti dell’Aids e delle modalità della sua diffusione, ritardando così il varo di iniziative mirate a contenere l’epidemia e, in ultima analisi, causando la morte di decine di migliaia di persone che avrebbero potuto essere salvate.

È vero che Dlamini-Zuma non fu mai direttamente responsabile di questa disastrosa politica (lo sarebbe stato, invece, il suo successore, Manto Tshabalala-Msimang), ma è altrettanto vero che non vi si oppose, né mai cercò di cambiare le opinioni del governo. Solo con l’uscita di scena di Mbeki l’approccio alla malattia è cambiato.

Anche come ministro degli esteri è stata poco determinante. Forse la si può scusare, in quanto fu costretta a sostenere la linea politica di Mbeki. Rimane il fatto, però, che non fece nulla per fermare il collasso politico ed economico del vicino Zimbabwe di Robert Mugabe. È risaputo che la politica estera del Sudafrica non ha mai fatto proprio un rifiuto di principio dei molti dittatori, golpisti e despoti di turno. Al punto che alcuni osservatori si chiedono se la tendenza a tollerare regimi anti-democratici possa ripresentarsi nel nuovo incarico di Dlamini Zuma.

Quando ha accettato da Zuma la guida del ministero degli interni, Dlamini Zuma sapeva che avrebbe dovuto gestire uno dei dipartimenti governativi più colpiti dalla corruzione e dall’inefficienza. Nei successivi tre anni, tuttavia, aiutata da alcuni zelanti funzionari, è riuscita a cambiare molte cose: oggi passaporti e altri documenti vengono emessi velocemente, il personale è educato, efficiente e professionale.

Le ragioni della nomina
Lungo gli anni si è più volte fatto il suo nome come possibile candidata alla presidenza del paese. La sua anzianità di servizio, la sua ampia esperienza di governo e il fatto di essere benvista dalle più importanti fazioni del Congresso nazionale africano (Anc nell’acronimo inglese) giocavano a suo favore, in particolare in occasione delle elezioni del 2009. Lei, però, non ha mai mostrato interesse per la carica. Si dà per certo che Mbeki le avesse offerto la vicepresidenza dopo la sua vittoria su Zuma, ma lei rifiutò, accontentandosi di un ministero.

Alcuni ritengono che sia stata nominata alla presidenza della Commissione dell’Ua per rimuoverla dalla scena politica nazionale in un momento in cui Zuma sta incontrando forti opposizioni in seno all’Anc: alcuni vecchi dirigenti intendono contendergli la presidenza del partito. In dicembre la conferenza del partito dovrà scegliere una nuova dirigenza per i prossimi cinque anni e la nomina di Dlamini-Zuma a un posto importante nel comitato direttivo del partito era data come molto probabile.

Ma la teoria della cospirazione non tiene molto. Nell’Anc figurano dinosauri che possono rappresentare per Zuma una sfida molto più seria di quella della sua ex moglie, ma nessuno è stato rimosso o semplicemente riposizionato. Inoltre, non è affatto certo che Dlamini-Zuma simpatizzi con quei dirigenti dell’Anc che vogliono rimuovere Zuma dalla presidenza.

La ragione più probabile che ha spinto il governo di Pretoria a volere Dlamini-Zuma dove è oggi è molto più semplice: era un ideale candidato alla carica in quanto persona ricca di esperienza in più campi (18 anni di lavoro in tre diversi importanti ministeri) e, sopratutto, in quanto donna.

Fin dal 1994, il governo dell’Anc si è dato l’obiettivo di avere le donne adeguatamente rappresentate in parlamento, alla guida di ministeri, come premier provinciali e sindaci di municipalità urbane e rurali in tutto il paese. La “uguaglianza di genere” non è stata solo sbandierata come volontà politica, ma anche attuata in modo consistente. Ecco perché, nella corsa alla presidenza della Commissione dell’Ua, è stata una candidata difficilmente battibile.

Il fatto che dal 17 luglio scorso una donna stia occupando la più alta carica amministrativa in Africa è di capitale importanza. Neppure l’Europa è mai giunta a tanto. È ancora presto per parlare di una “tendenza” generalizzata nel continente, ma è innegabile che sempre più donne assumono – o competono per – alte cariche. Nel 2005 Ellen Johnson-Sirleaf è stata la prima donna a essere eletta presidente di una nazione africana, la Liberia, e il 7 aprile scorso Joyce Banda è diventata capo di stato in Malawi. L’elezione di Dlamini-Zuma a presidente della Commissione dell’Ua – anche se non paragonabile a quella di un capo di stato – la rende di fatto la terza donna a ricoprire un’altissima carica nel continente.

E ce ne sono tante altre, anche se un gradino più sotto: l’attuale vicepresidente dello Zimbawe, Joyce Mujuru, si candiderà alla carica di capo di stato, una volta che Mugabe se ne sarà andato; la ministra delle finanze nigeriana, Ngozi Okonjo-Iweal, è stata battuta di pochissimo nella corsa alla presidenza della Banca mondiale lo scorso aprile.

Ma c’è stata non solo la volontà di promuovere una donna dietro il robusto sostegno di Pretoria alla candidatura di Dlamini-Zuma. C’è stata anche la determinazione del governo dell’Anc di dare all’Africa Australe l’opportunità di condurre l’Unione stessa. Dei 12 predecessori di Dlamini-Zuma (9 segretari generali dell’Oua, 2 dei quali sostituti, e 4 presidenti della Commissione dell’Ua, di cui 1 ad interim), ben 10 sono stati esponenti dell’Africa Occidentale o Centrale, e per lo più francofoni. Valido e difendibile, perciò, l’argomento che una delle regioni più importanti del continente – che raggruppa nella Comunità di sviluppo dell’Africa Australe (Sadc) 15 nazioni – dovesse avere la possibilità di guidare la Commissione dell’Ua.


Gli interessi del Sudafrica

Sarebbe ridicolo, però, far credere che il governo di Pretoria abbia agito solo negli interessi della Sadc: l’elezione di Dlamini-Zuma serve – e molto – a promuovere anche gli interessi del Sudafrica stesso. Il paese è stato di recente invitato a unirsi al gruppo dei paesi Bric (Brasile, Russia, India e Cina), anche se la sua economia corrisponde a una frazione del Pil degli altri quattro, ed è l’unica nazione africana membro del G20. Insomma: il paese è visto – e si vede – come un rilevante attore sulla scena mondiale, se non addirittura come il portabandiera dell’Africa tra le grandi potenze. Convinto di questo ruolo internazionale, il Sudafrica spera di rafforzare la sua posizione nel continente proprio grazie alla nuova presidente della Commissione dell’Ua.

Come accennato sopra, l’elezione di Dlamini-Zuma è andata contro la regola non scritta secondo cui a presiedere la Commissione sia una persona di una nazione di secondo o terzo rango. (La nomina del nigeriano Peter Onu a segretario generale “sostituto” dell’Oua dal giugno 1983 al luglio 1985, in attesa che gli stati si accordassero su un nome, non aveva rotto la regola). Di certo, la prova di forza inscenata dal Sudafrica ha prodotto una buona dose di malcontento in alcune nazioni minori. Ma forse la regola non scritta ha fatto il suo tempo o, più esattamente, è stata avvertita come un ostacolo alla più accarezzata ambizione del Sudafrica: un seggio permanente per l’Africa nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, occupato ovviamente da una personalità venuta da Pretoria.

Se Dlamini-Zuma saprà gestire con successo il suo mandato al timone della Commissione e se riuscirà a consolidare in Africa forme di governo efficaci e responsabili – ovvero, se sarà capace di liberare l’Africa della sua cattiva reputazione di continente dai governi corrotti, dittatori non eletti e democrazie fragili – allora, forse, la sua nazione potrà davvero raggiungere la sua grande ambizione. Ma, soprattutto, gli africani – che lei ha solennemente giurato di servire nella sua nuova veste – ne avranno goduto benefici.

* Ricercatore presso l’Ufficio cattolico di collegamento con il Parlamento, Città del Capo

 


 



Continua a leggere, acquista l’intera rivista di settembre in versione digitale