I COLORI DI EVA – aprile 2010
Simone Silva *

Jean Marie aveva fame. Era tutto il giorno che elemosinava qualche spicciolo presso il parcheggio di un grosso supermercato. La giornata era, a dir poco, inclemente; il freddo gli penetrava nelle ossa e il giubbotto non era sufficiente a ripararlo dall’aria ghiacciata dei 3 gradi sotto lo zero.

Erano passate le 17.00 e il sole si apprestava a tramontare. Jean Marie non aveva ancora racimolato neanche un euro. Le monetine dei carrelli della spesa venivano riprese accuratamente dai clienti e le richieste di Jean di rimettere i carrelli al loro posto venivano sempre ignorate. In più c’era la concorrenza di due ragazzine rom, che sembravano abbastanza brave a farsi dare i soldi. Una di loro portava tra le braccia un neonato avvolto in fasce colorate e con una cuffietta rosa sulla testa.

Osservando la loro performance, Jean Marie pensò che quel pargoletto potesse anche essere una bambola usata per impietosire i passanti. «Questa sì che sarà una giornata magra! Forse dovrei unirmi a quelle ragazze», pensò sconsolato il ragazzo, che un tempo aveva sognato di costruire palazzi.

Se le cose fossero continuate così, non ci sarebbe stato modo di comperare neppure un panino da mettere sotto i denti, né un cappuccino caldo per riscaldarsi. «Strano! In genere, di sabato, gli affari vanno bene. È il giorno di maggior movimento… E pensare che mi sono lavato e sbarbato con cura per essere più presentabile. O forse mi sono sbagliato: se la gente mi vede così ben curato, penserà che non sono un mendicante».

Passò una signora con un carrello pieno di ogni ben di Dio. Tutto quel cibo era davvero invitante. E Jean Marie provò un pizzico d’invidia per le famiglie che, al calduccio delle loro case, avrebbero consumato un pasto caldo insieme. Cominciò a pregare. Chiese a Dio d’illuminarlo, ora che pure il sole se ne era andato.

Con il buio della sera, la sua carnagione color ebano e i suoi grandi occhi risaltavano ancora di più, donando al corpo esile, ma forte, l’aspetto di un guerriero. Jean Marie però era buono e pacifico: si avvicinava alla gente lentamente, per timore di spaventarla. E non alzava mai la voce: «Signora, permette che le riporti indietro il carrello?».

Jean Marie si vergognava di quello che faceva. Si sentiva un fallito, un buono a nulla, un disgraziato, un povero illuso, venuto in Italia nella speranza di trovare una vita migliore. Ma non poteva arrendersi: ritornare in Senegal avrebbe significato la fine di un sogno. Come spiegare ai suoi parenti che lui, il maschio più forte, il più istruito – con una laurea in ingegneria –, il più sano, il “beniamino degli dei”, non era riuscito a onorare le aspettative della famiglia e affermarsi economicamente in Europa? «Di sicuro, i miei antenati saranno riuniti in Gran Consiglio per discutere sul mio fallimento in questa società e sull’urgenza che ho di cambiare rotta», pensò. La signora gli disse: «No, faccio da sola».

Per un periodo, aveva avuto un lavoro. Ma era stato licenziato e il mondo gli era crollato addosso. Con il lavoro, aveva perso la casa, la dignità, gli amici e la fi danzata, una stupenda ragazza conosciuta in fabbrica. Poi, il colpo di grazia: scaduto il permesso di soggiorno in attesa di occupazione, aveva perso anche il diritto di rimanere in Italia. Due le possibilità: o ritornare in Senegal, o entrare in clandestinità. Aveva optato per la seconda.

Niente lavoro=niente permesso di soggiorno; niente permesso di soggiorno=niente lavoro. Non era un’equazione, ma un circolo vizioso. E lui non poteva accettare che, da un giorno all’altro, la sua vita potesse cambiare così drasticamente.

Per 5 anni aveva creduto di vivere un sogno a occhi aperti: il lavoro, vestiti nuovi, il pacchetto di sigarette e la partitella con gli amici al campetto del rione. La busta paga, regolare come un orologio, gli aveva consentito di inviare soldi a casa, e questo l’aveva fatto sentire bene, un ragazzo bravo, ammirato e rispettato dagli amici qui e dai parenti laggiù. Gli era bastato questo per sentirsi gratificato. Aveva avuto una vita semplice, onesta, pulita. «Mai stato un fuorilegge. Mai fuggito davanti a nessuno. Non dovevo nascondermi…».

Passò un’altra ora, senza che nessuno accettasse il suo aiuto. Alla fine, decise di avviarsi verso la mensa della Caritas: «Un piatto caldo e buona notte!».

Mentre era chinato a raccogliere alcuni cartoni sul retro del supermercato per farsene un giaciglio per la notte, sentì una mano sulla spalla. Si alzò e si voltò, non senza paura. Era una delle due ragazzine rom. Le tendeva una mano. «Tenga, signore! Oggi ci è andata bene».

Emozionato, fissò la fanciulla negli occhi. Poi prese le monete, le infilò nella tasca del giubbotto e si fece il segno della croce. «Dio m’ha mandato un angelo», bisbigliò.