PAROLE DEL SUD – NOVEMBRE 2018
Comboniani Brasile

È come se fossimo su un’autostrada ad alta velocità, davanti a un bivio. C’è quell’angoscia di sbagliare strada, perché – una volta imboccato il cammino errato – non si può tornare indietro. Sull’auto che corre, ci chiediamo sbigottiti: come abbiamo potuto arrivare così in fretta fino a questo punto?

Il Brasile è spaccato, le elezioni (il ballottaggio presidenziale è stato il 28 ottobre, ndr) non sono occasione per disputare progetti di futuro o riflettere insieme sui cammini possibili. Prevale l’odio verso la politica e il voto in molti casi è un grido di protesta, un inno da stadio. Molti ragionano con la pancia, hanno gli occhi velati di paura, agiscono con l’odio nel sangue.

Da secoli la nostra società è dominata dalla divisione. Il Brasile è nato come progetto coloniale di saccheggio e da allora, per difendere i privilegi di pochi, continuano a essere sacrificate molte persone. Ma com’è possibile che tanta gente appoggi ancora oggi questa logica sacrificale? Perché riusciamo poco a percorrere i cammini di educazione e liberazione che Paulo Freire ci ha indicato?

Oggi, il dibattito politico e la formazione dell’opinione pubblica sono fortemente influenzati dai meccanismi di comunicazione. Non si tratta più di una comunicazione lineare che mette a confronto diverse letture della realtà. La comunicazione avviene sempre più per gruppi omogenei, tra persone che condividono le stesse idee e che vogliono sentirle convalidate e rafforzate. Circoli impermeabili, sempre più aggressivi, considerano l’altro un nemico. La campagna elettorale di molti candidati si è giocata così, a colpi di stereotipi e vignette su whatsapp.

In Brasile è stato coniato anche un nuovo termine: dalla post-verità delle fake news alla “auto-verità”; il contenuto non importa, è sufficiente l’atto del parlare. Gli accadimenti, la verità, non importano. Il semplice fatto di manifestarsi con fermezza, gridare e denunciare, proporre soluzioni irrealizzabili ma populiste è considerato coraggioso, onesto, autentico. Una penosa superficialità ha rimpiazzato l’etica.

Ma, allora, cosa ci dà speranza? La gente che rompe il circolo virtuale e si riprende la piazza come luogo di presenza, incontro, manifestazione a viso aperto. I gruppi che si parlano guardandosi negli occhi, studiando un tema con rispetto, cercando di ascoltarsi reciprocamente. Le comunità cristiane di base in cui la fede si abbraccia alla storia, la Parola ispira la vita e da essa è illuminata.

Le pastorali e i movimenti sociali che continuano a credere che al di fuori dei poveri non c’è salvezza per la Chiesa e per il mondo e fanno del servizio agli esclusi una profezia anche per la politica.

In queste settimane di angoscia, è bello ricordare quei milioni di donne che, a fine settembre, hanno occupato le strade di tante città brasiliane e manifestato in forma nonviolenta e creativa, per dire no al movimento fascista, razzista e misogino che si sta consolidando attorno al candidato Bolsonaro. Non difendevano un partito, avevano molteplici appartenenze e il coraggio di denunciare la dittatura che rischia di ristabilirsi nel paese.

Stiamo andando ad alta velocità incontro a un bivio. Se sbagliamo strada, impossibile tornare indietro.

Circoli impermeabili
Il cantante Roger Waters, dei Pink Floyd, ha realizzato recentemente una tournée in Brasile. Nel suo show, ha criticato l’onda crescente di neofascismo nel mondo. Acclamato da tutti quando ha citato Trump o Marine Le Pen, ma quando ha fatto il nome di Bolsonaro ha ricevuto fischi e critiche volgari. Dal di dentro, la cultura della violenza si auto-protegge e giustifica.

Auto-verità
Su questo tema ha riflettuto la giornalista, scrittrice e documentarista brasiliana Eliane Brum, a nostro parere una delle più lucide analiste del fenomeno sociopolitico in corso nel paese.