PAROLE DEL SUD – ottobre 2010
Giampietro Baresi

Quando questo numero di Nigrizia sarà in circolazione, i brasiliani si saranno già recati alle urne per eleggere il presidente della repubblica, i 513 deputati del congresso, due terzi degli 81 senatori, 27 governatori e i deputati delle assemblee dei singoli stati. Un secondo turno è previsto per il 31 ottobre, se nessuno dei candidati alla presidenza del paese e degli stati federali avrà ottenuto la maggioranza assoluta al primo turno (3 ottobre).

I pronostici danno come probabile, forse già al primo turno, la vittoria di Dilma Rousseff, la candidata di Lula. Partita in svantaggio, ha gradualmente raggiunto e sorpassato José Serra, l’altro candidato con possibilità di vittoria. Questo sta a dimostrare l’indiscutibile forza di Lula, il presidente con la più alta percentuale di consensi nella storia repubblicana del paese.

Non sono grandi le differenze tra i due concorrenti. Ambedue furono perseguitati dal regime militare (1964-1985): lei torturata, lui costretto all’esilio. Ambedue appartengono a partiti nati per essere di sinistra, ma che oggi non hanno niente di socialismo. Sottomessi al “dio Mercato”, cercano il potere a costo di qualunque alleanza: con l’estrema destra, Serra; un po’ con tutti, Dilma. La maggioranza delle sinistre appoggia Dilma. I più radicali (connotazione assolutamente non negativa) militano in partiti minori e non perdonano a Lula di averli traditi.

Ambedue cattolici, hanno fatto il giro delle chiese a caccia di voti, sfruttando le preghiere bibliche urlate dai pentecostali, le zaffate d’incenso bruciato dai sacerdoti dei riti africani, e le benedizioni impartite da preti e vescovi. Hanno tenuto discorsi infarciti di incredibili piroette, impegnandosi a rispettare tutto ciò che dio (nel dubbio, il minuscolo è d’obbligo, per rispetto al Dio vero) ha rivelato ai suoi rappresentanti. Hanno fatto promesse di aiuto ai rappresentanti di tutte le fedi, garantendo il mantenimento dell’esenzione fiscale sul denaro raccolto per la loro missione di salvare il mondo.

Va da sé che il comportamento delle chiese dipende dalla “politica” di ciascuna di esse, dove “politica” sta per principi e metodi che orientano il loro modo di fare evangelizzazione. Per capirci, ecco alcuni esempi di “priorità”, a seconda del tipo di chiesa o denominazione: predicare la Parola di Dio; invitare alla conversione, abbandonando una vita di peccato; risolvere miracolosamente ogni tipo di problema, in cambio di generose offerte al proprio leader religioso; appoggiare l’attuale sistema politico e finanziario; educare all’ordine, accettando le cose come stanno; esigere cambiamenti radicali e impegnarsi perché questi avvengano, in una società, quella brasiliana, che è tra le più ingiuste al mondo.

L’ultima opzione è soprattutto quella della chiesa cattolica e di alcune (poche) altre chiese storiche. Per oltre quattro secoli, la chiesa cattolica in questo paese ha camminato a braccetto con il potere politico, tra amori e dissapori. Dopo il Concilio Vaticano II, però, ha rotto questi legami e ha fatto l’“opzione per i poveri”, che significa alleanza con la base della società. La storia che ne è seguita è stata di persecuzione e di martirio. E anche di tanta incomprensione con Roma. Un’epoca contrassegnata dalla presenza di coraggiosi profeti, sia tra il popolo che nella gerarchia.

Nonostante una forte marcia indietro, sotto la pressione vaticana, questo modo di essere chiesa e di annunciare il Vangelo è rimasto vivo in una minoranza di laici, sacerdoti, religiosi e vescovi, pronti a fare scelte coraggiose. Questa “politica” ecclesiale si è espressa nelle cosiddette “pastorali sociali”, messe in atto per raddrizzare situazioni di ingiustizia, sempre in cooperazione con i movimenti popolari che lottano per l’uguaglianza di tutti i cittadini e per la rivendicazione dei diritti fondamentali: casa, lavoro, giusto salario, assistenza sanitaria, riforma agraria, educazione…

Non sono mancate prese di posizione pubbliche. Il vescovo di Barra (do Rio Grande), Bahia, mons. Luís Flávio Cappio, ha fatto due volte lo sciopero della fame per protestare contro il programma di deviare il corso del Rio São Francisco; secondo il governo, il progetto risolverebbe i problemi di approvvigionamento di acqua in vari stati nel nord-est semiarido; il presule, invece, ritiene che avvantaggerebbe solo poche grandi imprese del settore agroindustriale, a danno delle povere popolazioni rivierasche. Il vescovo della prelatura apostolica dello Xingu (Para), mons. Erwin Kräutler, guida la campagna di opposizione alla costruzione della centrale idroelettrica Belo Monte nell’Amazzonia, che altererebbe la vita degli indios della foresta. La Conferenza dei vescovi del Brasile, con altri organismi nazionali, ha promosso più volte una raccolta di firme, ottenendo dal parlamento il varo di leggi d’iniziativa popolare per una moralizzazione delle campagne elettorali, con l’esclusione di candidati con pene passate in giudicato.