Storie perdute – marzo 2017

È spuntata lei, la Repubblica Centrafricana, e ci ha soffiato il posto. Eravamo gli ultimi nella lista della classifica dello sviluppo umano, stilata dall’Onu. Il Niger è adesso al penultimo gradino della scalinata dei paesi del mondo. Occupiamo con una certa dignità il numero 187, e il Centrafrica, ancora in preda alle guerra civile, si trova in fondo, al numero 188.

Non ci si poteva attendere di meglio dal Centrafrica: una cinquantina di morti tra i civili in questi ultimi giorni, da attribuire ex ribelli Seleka; le armi che si continua a vendere ai vari gruppi antagonisti perché la guerra non finisca mai.

Ci sono i paesi ad altissimo indice di sviluppo. Immaginiamoci un momento di essere la noiosa Norvegia, seguita a ruota dall’Australia che deporta e abbandona i migranti nelle isole. La Svizzera che si finge neutrale e la Germania che detta le leggi dell’economia. La Danimarca e poi Singapore e l’Olanda che giocava il calcio totale senza mai vincere nulla. Sono i primi cominciando dall’altra parte, assieme all’Irlanda, all’Islanda, al Canada e agli Usa di Trump.

Meglio stare tra gli ultimi. La speranza di vita in Niger si attesta ai 61 anni e poi dipende dal tempo. Al solito le donne hanno un paio d’anni di vita in più per occuparsi dei bambini e anche dei vecchi quando succede. Si giova della connessione ad internet il 20% della popolazione nelle città. La povertà e le disuguaglianze toccano specialmente le campagne. Con il deserto che avanza. Tagliamo alberi, facciamo legna e arrostiamo la carne di sera lungo le strade di Niamey. Sale il fumo che danza nella polvere quando passano le macchine fuoristrada e i taxi numerati.

Siamo intanto arrivati a 19 milioni e di questo passo raddoppieremo la popolazione tra 25 anni. Un bel problema verrebbe da dire, visto che ci sono le carestie ad eliminare i poveri. Qui siamo resistenti, ostinati e non ci lasciamo portar via il messia che arriverà impolverato per il viaggio tra i prossimi neonati.

Ci hanno messi penultimi. Ci precedono i soliti noti dell’Africa classica delle statistiche. L’Eritrea, prigione aperta che esporta giovani e coltiva la guerra per evitare la pace. La Sierra Leone che continua a fabbricare diamanti di color sangue e ne inventa uno di 706 carati (pietra preziosa che gli specialisti classificano tra le quindici più pregiate del mondo), mentre il paese, invece, sprofonda al numero 180 della lista. Il Mozambico in difficoltà e il Sud Sudan che dall’indipendenza compra più armi che cibo. La Guinea del minerale di ferro da esportazione, coi bambini migranti venduti in Marocco, il Burundi sull’orlo del baratro e il Burkina Faso che non riesce a completare la rivoluzione e si consola col Festival cinematografico premiando Felicité, la felicità che verrà. Il Ciad che ha dilapidato il petrolio nella lotta contro il terrorismo.

Il conto alla rovescia termina qui.