Serve una rivoluzione ecclesiologica e pastorale

Così la nuova evangelizzazione diventa «ospitalità aperta a tutti e accompagnamento del cammino di ciascuno».

Quanto indicato in precedenza, ha fatto emergere come non ogni tipo di evangelizzazione sia raccomandabile e come solo un’accurata analisi di quanto non va nella prassi attuale di evangelizzazione possa permettere una nuova evangelizzazione, un suo rilancio.

È inaccettabile il distacco tra comunità battesimale ed eucaristica, denunciato dalla Conferenza episcopale italiana in Comunicare il vangelo in un mondo che cambia (2001). Un aggravamento di questo distacco è la separazione tra comunità eucaristica o di praticanti e comunità impegnata o di militanti, che testimonia una radicale incomprensione del culto liturgico. Del pari è inaccettabile una riduzione della vita cristiana a fatto etico senza un cammino spirituale sostenuto dalla meditazione delle Scritture, dai sacramenti e dalla comunione fraterna. Il risultato è quella fragilità cristiana incapace di fornire un fondamento al cammino personale e alla testimonianza sociale.

Su un simile sfondo la nuova evangelizzazione può essere solo una rivoluzione ecclesiologica e pastorale. Può accettare forme diverse, dall’annuncio al dialogo, dalla fermezza alla misericordia, dalla testimonianza della fede ad un condiviso impegno sociale, ma deve saper riportare tutte le forme a uno sperimentato ed appassionante incontro con Cristo. Solo allora diventerà ospitalità aperta a tutti e accompagnamento del cammino di ciascuno, solo allora darà forma storica alla vivacità creativa della presenza del Regno.

Non si può non riflettere sul comportamento di Gesù che, quale ospite, siede a tavola e stabilisce una comunicazione con chi lo invita ma, capovolgendo le regole dell’ospitalità, si oppone a chi sceglie di ospitarlo ma solo sottoponendosi e sottoponendolo alle regole della “purità-santità” con la conseguente esclusione di chi non ne era degno. L’atteggiamento di Gesù nell’ambito della ospitalità non mira a una comunicazione tra persone affini per scelte e impegni ma alla reintegrazione fisica e spirituale di tutti, in particolare dei peccatori. Il Dio nascosto e ineffabile si rivela come il Dio dell’amore e del perdono.

La consapevolezza che la maniera attuale di presentare la fede è povera e insufficiente ha portato alla ricerca e alla elaborazione di nuove maniere e di nuove metodologie che non nascono quasi mai da una riflessione critica sulla evangelizzazione di oggi ma che, per lo più, puntano su una metodologia che ha affiancato all’annuncio e al dialogo una viva attenzione per la relazione diretta, persona-persona.

 

Urge un risveglio

Si tratta di una modalità che viene fatta risalire a Cristo e agli apostoli e che trova conferma in molti testi del magistero. In particolare Evangelii Nuntiandi ricorda che, «accanto alla proclamazione fatta in forma generale del vangelo, l’altra forma della sua trasmissione, da persona a persona, resta valida e importante. […]Non dovrebbe accadere che l’urgenza di annunziare la buona novella a masse di uomini facesse dimenticare questa forma di annuncio mediante la quale la coscienza personale di un uomo è raggiunta, toccata da una parola del tutto straordinaria che egli riceve da un altro».

È questo l’elemento forse più tipico dei gruppi carismatici, dei Cursillos de cristiandad, dei corsi “Alpha”, delle Cellule di evangelizzazione di S. Eustorgio di Milano, della evangelizzazione di strada, dei gruppi ruah della Missione Belém e via dicendo. Sono forme che, senza negare l’importanza dell’annuncio e della catechesi, pongono però l’accento sulla comunicazione diretta, da persona a persona, in una condivisione di esperienze di vita. Qui il rinnovamento spirituale ed evangelico delle persone, lo sforzo di entrare nel loro intimo sembrano sviluppare più l’annuncio del vangelo come valore di speranza per le persone stanche e depresse, per i poveri e gli ultimi, per chi è in ricerca senza saper bene cosa, che non invece il suo contenuto.

La valorizzazione del potere dell’annuncio – la predicazione è più catechesi che annuncio – è certo una importante riscoperta ma non si dovrebbe dimenticare mai che Cristo è e deve restare il centro di questo impegno. Lo ribadisco perché la ricerca della “esperienza” del potere kerygmatico dell’annuncio non di rado intercetta l’aspetto emozionale della persona. Insistere su una crisi kerygmatica del capo, del cuore e delle mani, cioè su una svolta nel modo di pensare, di amare e di agire ha un suo profondo valore ma occorre che questa svolta sia ampliata nelle sue dinamiche e nelle sue componenti fino a comprendere la fatica di un’assimilazione ragionata, di una condivisione comunitaria e di una impegnativa apertura a tutti. Il kerygma va comunque annunciato per la sua capacità di agire per sé stesso. Ma, come il seme delle parabole deve crescere per dare frutto così anche il kerygma sta alla base di un cammino nel cui esercizio soltanto dona frutto.

In pratica queste forme di nuova evangelizzazione, di evangelizzazione di base o rievangelizzazione, pur lasciandolo spesso solo sullo sfondo, esigono il ruolo di comunità cristiane che continuino l’impegno pastorale.

Solo dove queste nuove forme di evangelizzazione e le comunità più tradizionali trovano un raccordo, aprendo così un dialogo tra i cammini personali di tutti, solo allora la vivacità del nuovo e la sapienza del vecchio si sosterranno l’un l’altro. La nuova evangelizzazione appare così l’opera di una Chiesa capace di dar vita a un risveglio, alla ripresa di un cammino assopito e alla rinascita dell’impegno missionario. Se la nostra Chiesa avrà abbastanza fede da risvegliare il coraggio di questo primo passo, questo primo passo risveglierà poi il coraggio di una Chiesa rinnovata.

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