Economia in bianco e nero – novembre 2016
Riccardo Barlaam

Robert Mugabe, 92 anni, il presidente-dittatore dello Zimbabwe, il più anziano capo di stato in carica al mondo, di recente si è fatto fotografare assieme alla moglie Grace e all’artista Dominic Benhura, accanto a una statua celebrativa appena eretta in suo onore. Una statua alta quasi 4 metri, circa 3 tonnellate di peso, dove lui è rappresentato con il pugno destro alzato verso il cielo. A metà strada tra Superman e Homer Simpson, l’opera è stata oggetto di critiche feroci sui social media. In un momento drammatico per il paese, sull’orlo del baratro per le difficili condizioni economiche.

Pochi giorni prima, a Harare, si è svolta una marcia di protesta, chiamata “la mega-dimostrazione”, un movimento di protesta senza precedenti, rappresentato da 18 partiti di opposizione e da un forte movimento civile. Tutti scesi per le strade della capitale contro l’occupazione del potere da parte del presidente eterno. Per chiedere una riforma elettorale che consenta finalmente un voto libero e un’alternanza al potere. E per protestare per la mancanza di lavoro. Tra i manifestanti, infatti, molti giovani laureati disoccupati, i più arrabbiati perché senza prospettive e nell’impossibilità di trovare un lavoro corrispondente alle loro competenze. Due le organizzazioni particolarmente coinvolte nella rivolta: l’Unione nazionale degli studenti dello Zimbabwe e la Coalizione dello Zimbabwe dei laureati disoccupati. Hanno manifestato anche il capo dell’opposizione, Morgan Tsvangirai, e l’ex vicepresidente, Joice Mujuru.

Non sono mancati gli scontri: ragazzi contro polizia, pietre contro manganelli. La polizia ha cercato di disperdere i manifestanti con gas lacrimogeni e idranti. Una battaglia urbana. Presi di mira i giovani con le t-shirt rosse, il colore del Movimento per il cambiamento democratico (Mdc). Rosso delle magliette e rosso del sangue. «Mugabe deve andarsene, il vecchio ha fallito», gridavano i manifestanti. «Le proteste sono la sola possibilità che abbiamo per farlo dimettere», sosteneva un ragazzo disoccupato di 24 anni. Il presidente eterno, che dicono essere sempre più malato e nelle apparizioni pubbliche fa ormai fatica addirittura a parlare, sembra intenda ripresentarsi alle prossime elezioni politiche del 2018.

Il paese è immobile. Annegato nella corruzione. L’economia è allo sbando. Dal 2009, a causa di una inflazione a tre cifre, è stata abbandonata la moneta locale. Oggi quella ufficiale è il dollaro americano e il rand sudafricano in subordine. Ma nessuno ha dollari. Costano troppo. La Banca centrale, così, ha cominciato a emettere dei titoli di stato per il valore di 75 milioni di dollari, una sorta di pagherò, di cambiali, ognuna delle quali ha un valore unitario di 2 o 5 dollari. Carta straccia, in poche parole. La gente è esasperata anche per la vessazione da parte degli statali e dei poliziotti: per ogni servizio bisogna pagare una tangente: dai posti di blocco ai permessi per costruire o per collegarsi alla rete elettrica.

Transparency International ha stimato che lo Zimbabwe e la sua gente perdano ogni anno almeno 1 miliardo di dollari per la corruzione. Sul banco degli imputati, secondo il rapporto della ong, ci sono polizia e pubblici ufficiali. Gruppi di attivisti sui social media come #ThisFlag e #Tajamuka citano di continuo i casi di corruzione del governo Mugabe, nelle municipalità locali e nei posti di blocco della polizia. «La corruzione nelle sfere economiche e politiche dello Zimbabwe – sostiene il report di Transparency – è ormai istituzionalizzata e sistematica. E non sorprende il fatto che abbia raggiunto un valore di almeno 1 miliardo di dollari l’anno». La polizia non ha commentato il dossier. Gli uomini di Mugabe chiedono le prove. «Non c’è alcuna corruzione se non ci sono prove», ha sentenziato il ministro dell’informazione, Christopher Mushohwe.

Lo Zimbabwe è al 150° posto su 168 nazioni, nella classifica annuale di Transparency International.

Nel maggio scorso il capo dell’Agenzia delle entrate e altri 5 manager del fisco sono stati sospesi per una storia legata all’acquisto di auto di lusso a basso costo, acquisto che nascondeva il pagamento di tangenti. È uno dei pochi casi di corruzione venuti alla luce negli anni recenti nello Zimbabwe. Dove c’è chi si preoccupa di inaugurare statue. Mentre tutti gli altri, ogni volta che sorge il sole, si preoccupano di arrivare al domani.