Elezioni presidenziali in Kenya
Con una conferenza stampa durata pochi minuti la Corte Suprema, massimo organo di garanzia del Kenya, ha dichiarato valide all’unanimità le elezioni del 26 ottobre scorso, rigettando le petizioni presentate che chiedevano chiarimenti su diversi aspetti controversi.

Per conoscere le ragioni dettagliate della sentenza bisognerà aspettare quando l’intero dossier sarà pronto. Per ora è stata resa nota solo la decisione finale, come d’altra parte era successo quando la stessa Corte aveva annullato le elezioni presidenziali dell’8 agosto. Uhuru Kenyatta è dunque il presidente eletto e sarà insediato per il suo secondo mandato entro la fine del mese.

La sentenza non può non destare perplessità, dato il clima in cui si è votato nella seconda tornata elettorale. Ma neppure l’opposizione si attendeva un giudizio diverso, tanto che non aveva presentato petizioni ufficiali, come invece aveva fatto all’indomani della prima tornata elettorale. Lo stesso Raila Odinga, immediatamente dopo la lettura del verdetto, ha dichiarato di “simpatizzare con la Corte che ha lavorato sotto coercizione”. E ha ribadito che la sua decisione non cambia né il giudizio dell’opposizione sull’illegittimità dell’elezione di Kenyatta né il programma già annunciato di resistenza, che prevede, tra l’altro, la nomina dello stesso Odinga a presidente dell’Assemblea del popolo, una sorta di governance parallela che non ha precedenti nel paese.

La sentenza della Corte viene dopo un fine settimana di durissimo confronto tra i sostenitori dell’opposizione e le forze dell’ordine, iniziato venerdì scorso, al momento del rientro nel paese di Odinga, dopo dieci giorni di permanenza negli Stati Uniti e in Europa, allo scopo di guadagnare supporto per l’annunciato programma di resistenza pacifica. Le forze dell’ordine hanno cercato di impedire ai suoi sostenitori di riceverlo in massa all’aeroporto e di accompagnarlo in corteo fino all’Uhuru Park, nel centro della capitale, dove era previsto un comizio.

Negli scontri, in cui la polizia ha fatto largo uso di lacrimogeni e di idranti per disperdere la folla, ci sono stati almeno 5 morti e decine di feriti. Un ordigno ha investito il veicolo stesso su cui viaggiava Odinga, sfondandone il parabrezza. Come al solito in occasioni simili, la polizia nega ogni responsabilità, affermando che le vittime sono state linciate dalla folla stessa perché trovate a saccheggiare proprietà private. I dimostranti invece affermano che sono state scatenate milizie, in particolare quelle Kikuyu – il gruppo etnico del presidente – conosciute come mungiki, coperte dalle forze dell’ordine ufficiali.

Sono state ore di vero caos lungo la Mombasa Road, una delle arterie principali di Nairobi, che unisce il centro città con l’aeroporto internazionale Jomo Kenyatta. Gli scontri sono poi proseguiti nelle baraccopoli che sono una roccaforte dell’opposizione. L’incidente più preoccupante si è avuto nel quartiere denominato Baba Dogo, dove è stato ferito anche il locale rappresentante al parlamento nazionale. Gli incidenti nella zona sono stati scatenati dal ritrovamento di tre uomini, apparentemente rastrellati dalle loro case e sommariamente assassinati con armi da taglio. Un altro episodio del genere si è verificato nella baraccopoli di Mathare.

Anche dopo la lettura delle sentenza, nonostante il richiamo alla calma dei leader dell’opposizione, ci sono stati disordini, in particolare a Kisumu, che è la città capoluogo dei Luo, l’etnia di Raila Odinga, ma sembra che, almeno per ora, la situazione sia complessivamente sotto controllo. Il nuovo momento critico sarà quello dell’insediamento di Kenyatta e della programmata investitura di Odinga come presidente dell’opposizione.

Certo il presidente eletto non avrà vita facile. Dovrà governare su un paese profondamente diviso, tra tensioni politiche, etniche e sociali in crescita, dopo un periodo elettorale infuocato che ha determinato una polarizzazione che potrebbe portare a conseguenze gravi, come una riduzione delle garanzie democratiche e una perenne instabilità che provocherebbe un ridimensionamento dello sviluppo economico e del  ruolo stesso del paese nella regione.

Nella foto grande: Uhuru Kenyatta.

Nella foto piccola: Raila Odinga.