Economia in bianco e nero – giugno 2016
Riccardo Barlaam

Il World economic forum (Kigali, Rwanda 11-13 maggio) ha visto più di 1.200 partecipanti da 70 nazioni confrontarsi sul tema: “Connettere l’Africa attraverso una trasformazione digitale”. Sullo sfondo della tre giorni del Wef c’erano i timori per la crisi economica dovuta alla forte diminuzione delle quotazioni delle materie prime e, di converso, della svalutazione monetaria rispetto al dollaro e dell’aumento del costo dei debiti pubblici espressi in dollari.

Etiopia, Costa d’Avorio, lo stesso Ghana dei miracoli, Zambia, Mozambico e Angola si trovano strozzati, con i prezzi delle materie prime dimezzati, quelli del petrolio calati di due terzi e tassi di indebitamento crescenti. Si comincia a parlare di “rischio default”. Un circolo vizioso da cui si fa fatica a intravedere una via di uscita con il Fmi sul chi vive e, dietro l’angolo, il timore di tornare agli anni ’80 e ’90 del super indebitamento delle economie africane. Nel 2016, dicono le stime Fondo monetario internazionale (Fmi), la crescita del Pil africano scenderà al 3% (dal 5-8 degli ultimi anni).

L’Angola del boom petrolifero, del clan del presidente Dos Santos e della colonizzazione al contrario verso le aziende portoghesi negli anni del petrolio ai massimi ha speso milioni di dollari e si è indebitata per le infrastrutture e lo sviluppo dopo decenni di guerra civile. Ora con il calo degli introiti petroliferi fatica a ripagare i prestiti dell’Fmi. Ghana e Zambia hanno siglato un accordo con l’Fmi che rinegozia e dilaziona la restituzione dei prestiti internazionali. Anche il Mozambico, che di recente ha ottenuto 1,4 miliardi di dollari di prestiti internazionali, è in difficoltà.

Lo Zimbabwe è un caso tragico a parte. Dopo 15 anni di isolamento l’amministrazione Mugabe vuole ricucire i legami con l’Occidente ripagando 1,8 miliardi di dollari di debiti arretrati con Fmi, Banca Mondiale e Banca africana di sviluppo. L’Fmi dice che «le condizioni economiche sono drammatiche e le riforme andrebbero fatte, ma subito». Per ora il paese ha deciso di fare a modo suo per aumentare le riserve monetarie e avere liquidità a fronte di un’inflazione a 3 cifre, una vagonata di debiti e una fortissima svalutazione monetaria: stampare il dollaro zimbabweano…

Il forte calo dei prezzi delle materie prime obbliga i paesi africani a emettere nuovi prestiti obbligazionari in dollari sui mercati finanziari per far fronte alla spesa pubblica. Interessi che si stringono come un nodo scorsoio, favoriti dalla forte svalutazione delle monete nazionali. Le agenzie di rating cominciano ad abbassare la valutazione dei paesi. I prestiti obbligazionari diventano via via più esosi da rimborsare. Il mercato chiede più garanzie. I tassi schizzano su. E ripagare il debito costa ogni giorno di più.

Con il rischio che qualcuno, prima o poi, non ce la fiaccia a ripagare questo debito enorme e vada verso il default, il fallimento. Lo scenario che per ora nessuno osa neanche pronunciare, ma tutti temono. Il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz parla di «possibili difficoltà» di alcuni paesi a rimborsare il debito. «Un fenomeno che comincia a inquietare i governatori delle banche centrali africane», ha ammesso John Page, ex capo economista della World Bank.

Alla Davos africana, i governi si sono detti che serve una politica di diversificazione economica, per non tenere le economie legate solo alle materie prime, puntando sulla manifattura e l’industrializzazione locale (i cinesi cercano di farlo con progetti di partnership), sul digitale e sulle possibilità offerte dall’economia della rete, sull’integrazione regionale. Mentre per gli investitori internazionali è il momento di guardare alle possibilità che si aprono nell’agricoltura, proprio in ragione dei bassi prezzi delle materie prime. Makhtar Diop, vice presidente per l’Africa della Banca mondiale, riferendosi all’era dei prezzi bassi delle commodity ha parlato di «una meravigliosa opportunità» per gli investitori (sic).

La Nigeria, cercano una soluzione alternativa, si è accordata con la Cina (che pesa per il 70% dell’import nigeriano), per pagare gli scambi non più in dollari ma nella moneta cinese, lo yuan. Un mezzo per evitare la strozzatura monetaria e limitare la crescita dell’inflazione al ritmo del 12% l’anno.

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