In tanti hanno scoperto l’esistenza degli zoo umani l’anno scorso, quando nelle sale è uscito Dilili a Parigi, l’ultimo lavoro d’animazione di Michel Ocelot. La piccola Dilili è a Parigi per partecipare, con altri africani e caraibici, all’Esposizione universale del 1931. Partecipare nel senso di essere messa in mostra, così da ricreare nella ville lumière l’ambiente e l’atmosfera esotica delle colonie.

Una pratica che oggi ci indigna ma che, in Europa e in Nord America, tra pedagogia e autocelebrazione, ha rappresentato tra il 1870 e la Grande Guerra una comune prassi di intrattenimento. Di queste mostre ce ne furono anche in Italia. La prima, a Palermo, nel 1891, fu dedicata alla neoistituita colonia Eritrea. L’ultima, a Napoli nel 1943.

Nel mezzo passarono quelle di Trieste (1920), Torino (1928), Firenze (1931)… Un elenco completo si ritrova nel volume curato da Nicola Labanca Africa in vetrina. Storie di musei e di esposizioni coloniali in Italia (Pagus, 1992).

Su tutto questo c’è letteratura specialistica ma pochissima divulgazione. Gli zoo umani fanno parte del rimosso coloniale italiano. Un piccolo libro firmato da una validissima scrittrice italo-somala e pubblicato pochi mesi fa, ci offre però ora l’occasione di parlarne.

La Danza dell’Orice (Juxta Press) è un racconto lungo che Ubah Cristina Ali Farah ha immaginato per un’edizione artistica, accompagnata dalla riproduzione di un’opera della pittrice kenyana Wangechi Mutu. Racconta della cavallerizza Shaqlan che, con l’uomo che alla fine scopriremo essere suo zio, affronta il deserto e il mare, arrivando in Europa per esibirsi appunto in uno zoo umano.

Leggendolo, sembra di essere entrati in una dimensione onirica: una terra riarsa in cui non piove da un anno, il chiarore abbagliante di una donna che assomiglia a un fiore di baobab, la lunga marcia verso il mare. A poco a poco emergono i dettagli che consentono a una vicenda senza tempo e quasi senza luogo di darsi una collocazione

Ali Farah sceglie di non sbilanciarsi sul piano logistico. Ma se il porto di partenza potrebbe essere Gibuti, quello d’arrivo ricorda Marsiglia o anche la Napoli che nel 1943 ospitò la Mostra delle Terre d’Oltremare, grande esposizione voluta dal fascismo per celebrare la supremazia italiana nel Corno d’Africa. Arrivata a destinazione Shaqlan capisce la situazione e riesce a contrattare migliori condizioni di ingaggio e alloggio rispetto agli altri africani.

A Napoli, in realtà, Shaqlan non avrebbe potuto godere della libertà di scelta e movimento prospettata nel racconto. Erano già in vigore le leggi razziali e gli uomini e le donne stipati nel villaggio coloniale erano praticamente sotto sequestro.

Questo è perfettamente noto all’autrice, che si è ben documentata prima di scrivere e tra le sue fonti c’è anche il lavoro di Matteo Pietracci, Partigiani d’oltremare, di cui abbiamo parlato su Nigrizia di luglio. Il suo intento tuttavia non è storico e lascia dunque che la sua protagonista si muova nella città facendo altri incontri e arricchendo la sua vicenda esistenziale. «Con questo racconto mi ero data vari obiettivi», ci ha detto Ali Farah.

«Desideravo creare un personaggio femminile forte e volitivo e raccontare gli zoo umani da un punto di vista diverso, mostrando la loro bruttezza morale ma anche la capacità e la possibilità di resistenza delle persone che si trovavano al loro interno. Volevo pure però parlare del viaggio come metafora della vita».