Bamako, Mali. In una moschea della capitale durante la Festa del Sacrificio (afp)

Il giorno 31 luglio scorso il mondo islamico ha celebrato la sua più grande festa religiosa, detta in arabo ʿîd al-aḍḥâ (festa del sacrificio), o ʿîd al-qurbân (festa dell’offerta), o nei paesi dell’Africa occidentale Tabaski (che significa pure sacrificio). Tale festa è celebrata il 10 dell’ultimo mese del calendario islamico “il mese del pellegrinaggio (Hajj)”, che è uno dei cinque pilastri dell’islam.

Il 9 sera tutti i pellegrini (si calcola che negli ultimi anni siano stati circa 2.500.000 all’anno) si radunano sulle pendici del monte Arafat, una collina non lontana da Mecca, fino al tramonto del sole. Stando in piedi su questa collina (detta “il monte della misericordia”) il musulmano chiede perdono a Dio di tutti i peccati della sua vita passata, e così ritorna puro come quando uscì da seno di sua madre. Quindi si tratta di una rinascita o un rinnovamento spirituale, prima di tutto. Dopo di che i pellegrini scendono verso una città vicina dove passano la notte. Il giorno dopo completano il resto del rituale del pellegrinaggio, fra cui il sacrificio di un animale secondo le possibilità di ciascuno.

Gli studiosi vedono nei vari elementi che compongono tale pellegrinaggio rimanenze di rituali antichi legati all’implorazione della misericordia divina, a un rinnovamento della vita e a una offerta sacrificale. Nel suo rituale sono entrati pur alcuni elementi biblici, in particolare il sacrificio di Abramo che ha mostrato la sua obbedienza a Dio fino al punto di sacrificare suo figlio, che nella tradizione islamica è Ismaele, il padre degli arabi. Si tratta quindi della festa della fede e della totale e indiscussa sottomissione a Dio (senso della parola islâm). Questi due aspetti sono stati ripresi e fissati dalla tradizione islamica, basata sull’ultimo pellegrinaggio compiuto da Maometto (Muhammad), il Profeta dell’islam, l’anno prima della sua morte. Tutto il rituale del pellegrinaggio è accompagnato da preghiere e cerimonie altamente significative che sottolineano la sottomissione totale dei credenti a Allah, l’unico e vero Dio.

Dimensione sociale

Questa festa ha pure una dimensione sociale. La carne dell’animale sgozzato viene divisa in tre parti uguali, una delle quali va consumata subito tra i familiari, mentre la seconda va conservata e consumata in seguito, e la terza viene destinata ai poveri della comunità, che non hanno i mezzi economici per acquistarla. Il rito del sacrificio viene ora messo in discussione da molti che vedono in esso una strage di animali innocenti. Altri vedono nel modo con cui il pellegrinaggio è fatto una specie di “pellegrinaggio commerciale”, per acquistare nei ricchi paesi del Golfo beni importanti per sé e i suoi amici.  

In ogni caso, non c’è dubbio che il rito del pellegrinaggio conserva per i musulmani sinceri il suo valore fondamentale di rinascita di vita e di fede, rinnovando, come Abramo, la propria fede nel Dio, onnipotente e misericordioso. E la gioia di tale festa viene manifestata anche esteriormente nei quattro giorni di celebrazioni che la compongono.

Nel tempo del coronavirus

Le immagini del pellegrinaggio attuale alla Mecca mettono in evidenza come anche la grande festa del Sacrificio è stata toccata dalla pandemia del coronavirus. Poche persone, ampi spazi vuoti, dove una volta la ressa era tale che più di una volta ha causato vittime fra i pellegrini.

Ma questo si avvera pure anche da noi, qui al Cairo. Uscendo al mattino della Festa del sacrificio non si sono incontrate molte persone, il traffico era scarso. Una strana quiete aleggiava all’intorno, molto lontana dalla chiassosa festività degli anni passati. Quanto è cambiata la festa da quello che era una volta! In occasioni di festività religiose si assiste sempre a un aumento dei prezzi. Ma quest’anno è stato esagerato. Pochi possono permettersi cibi migliori di quelli dei giorni ordinari. Tutto costa caro. Il coronavirus ha costretto un gran numero di persone a restare in casa, in piccoli appartamenti, in quartieri super-affollati. E questo ormai da 4 mesi. Il sacrificio questa volta non riguarda tanto l’animale ucciso, ma la vita sacrificata della gente. L’elemosina ricevuta dall’uccisione di milioni di animali è un niente di fronte alle ristrettezze del vivere. Essere ammalati in questi giorni è un dramma. La visite mediche costano molto. Mancanza di lavoro, salari bassi, ecc., sono solo alcuni dei tratti che segnano la Festa del Sacrificio nella presente bufera del coronavirus.

In mezzo a tale crisi, voglio ricordare un uomo che è morto il 31 luglio. Si tratta Mohammed Mashali, detto “il medico dei poveri”. Era un medico musulmano che viveva e lavorava a Tanta, città del Delta del Nilo, e che ha dedicato tutta la sua vita alla cura dei poveri. Non solo non esigeva le somme esorbitanti degli altri medici, ma esso stesso dava del suo per aiutare quelli che non potevano pagare nemmeno il minimo che domandava. È diventato una icona di questa generosità spontanea che si trova ancora tra la popolazione egiziana. Speriamo che il suo esempio possa essere imitato da molti e serva come punto di unione fra le due comunità: il servizio per i poveri.