Lo stato italiano e l’islam interno

A dispetto di uno stato che si è occupato dei migranti come mera forza lavoro e con una logica emergenziale, scuola, amministrazioni locali e magistratura si confrontano con la pluralità culturale e religiosa. Per un effettivo inserimento nella società italiana, rilevante anche l’atteggiamento delle comunità musulmane e dell’opinione pubblica.

Assente. Sordo. Quasi sempre muto. A un’analisi retrospettiva, è questo il giudizio, né impietoso né scettico, ma semplicemente realistico, di ciò che (non) ha fatto o anche solo pensato lo stato, inteso come sistema di vertice, come alto orientamento, come istituzione incaricata di dare una direttrice politica percorribile, di fronte al suo nascente islam interno.

Diverso il giudizio sulle sue articolazioni, dalla scuola alla magistratura, dalle forze dell’ordine fino alle rappresentanze territoriali dello stato medesimo, su cui ritorneremo. Il giudizio non è dato a caso, ma è il frutto e l’esito di un quarto di secolo di osservazione da vicino di quanto è accaduto, con l’emergere progressivo dell’islam come attore sociale interno, nel paesaggio sociale, religioso, politico e istituzionale italiano. Ma andiamo per gradi.

Una tardiva presa di coscienza
L’immigrazione in generale, in Italia, è sempre stata un processo vissuto, anche dal punto di vista della comprensione politica e strategica, e dunque della produzione legislativa, come emergenziale. Il che significa attenzione solo agli aspetti legati al permesso di soggiorno, all’ingresso nel mondo del lavoro – considerando l’immigrato sempre e solo come manodopera e forza lavoro, prendendo abusivamente una parte per il tutto, e occupandosi solo di questa – e poco altro: certamente senza alcuna attenzione agli aspetti culturali e religiosi (che dopo tutto della cultura fanno parte, e spesso ne sono parte importante e preponderante, anche se troppo sovente si tende a dimenticare che cultura e culto condividono in fondo la medesima etimologia, e non per caso).

Dalla prima legge 943 del 1986 (che fin dal titolo parlava solo di impiego subordinato e di lotta alle migrazioni clandestine), al successivo decreto legge 416 del 1989 meglio conosciuto come Decreto Martelli (diventato legge 39 nel febbraio 1990) che apriva ufficialmente in Italia il dibattito sull’immigrazione, fino al decreto Dini del 1995 e al successivo decreto del 1998, tutti gli interventi si articolano e si propongono come regolarizzazioni e sanatorie: il che di per sé mostra plasticamente la logica tutta emergenziale della legislazione prodotta: mai un intervento strutturale serio, mai la prefigurazione di un modello a venire, tanto meno di interazione tra culture. La logica è cambiata in parte con il decreto legge Turco-Napolitano 286 del 1998, che aggiungeva all’aspetto emergenziale e sempre etichettato come urgente (cosa necessaria per giustificare il ricorso al decreto) una più ampia – anche se in molti punti, all’atto pratico, fallace – logica basata su diritti e doveri di più lungo termine. (…)

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