Verona, Festival di cinema africano
Secondo film algerino in concorso, al Festival di Cinema Africano di Verona, Voyage à Alger (2010) di Abdelkrim Bahloul è insieme il ritratto di una donna e di un popolo. Nell’Algeria da poco libera dal dominio coloniale francese.

Siamo in Algeria dei primi anni sessanta, poco dopo la liberazione: la Francia ufficialmente non è più paese occupante, la decolonizzazione una realtà che si va affermando in tutta l’Africa. Ma i fatti sono un’altra cosa. E il film cerca di raccontare la difficoltà di una nazione ex coloniale che cerca di rialzare la testa e di liberarsi dai lacci e lacciuoli che la legavano a forme di amministrazione decadute nella forma, ma non nei meccanismi. Questi infatti si sono perpetuati e continuano a dettar legge.

Seguiamo Saida, vedova di guerra e madre di sei bambini, che dopo essere stata costretta a lasciare la sua casa in città – aveva già perso la fattoria – per colpa di un prepotente del luogo, decide di mettersi in cammino per portare il suo caso davanti a chi ha il potere e l’autorità di prendere dei provvedimenti. Il suo viaggio la porterà ad Algeri dal presidente Houari Boumedienne, dove troverà giustizia.

Ispirato a fatti realmente accaduti, Voyage à Alger è un’opera incentrata sulla volontà di riscatto dei più deboli: la parabola di Saida racconta l’agonia di chi, all’interno di una situazione che parrebbe l’esito di una rivoluzione ma che per certi versi è solo il risultato di un passaggio di consegne, formale, da un’istituzione all’altra, si spende per ciò che ritiene – a ragione – gli spetti di diritto, e sigli per ciò stesso la differenza che dovrebbe passare da un regime dispotico a uno democratico.

Perché dalla storia si evince chiaramente che un passaggio di consegne è destinato a rimanere vuota forma, se nessuno si prende la briga di rinnovare le istituzioni stesse. Il film intende mostrare come l’Algeria sia sì cambiata dopo la guerra, ma dal basso, grazie alla lenta ed estenuante azione dei cittadini più che dei governi.

Esso diventa così un’esortazione contro i pericoli sottesi ad ogni periodo che segue la liberazione da una dittatura; vigilate, ci dice il regista, perché ogni avvicendamento politico rischia d’essere – sempre – la pura e semplice sostituzione di un regime con un altro. Perché ciò non avvenga è necessario andare a prenderseli, i propri diritti – e quale situazione può rendere esplicita questa sete di giustizia, se non il viaggio?

L’opera è stata molto apprezzata, specie dal pubblico femminile. A ribadire l’esemplarità di una storia che mostra come il coraggio di una donna – di una madre – possa incidere direttamente, seppur a prezzo di grandi fatiche e pazienza, nella vita della società. Persino in una società a dominante maschile.