Egitto / In morte di Papa Shenuda III (1923-2012)
Il 117° Papa della chiesa ortodossa copta e patriarca di Alessandria è stato una figura rilevante. È morto lo scorso marzo, dopo un patriarcato lungo 41 anni.

Sarà la mano inconsapevole di un bambino a estrarre il nome del successore di Papa Shenuda III, patriarca della chiesa copto-ortodossa e successore di San Marco sulla Cattedra di Alessandria d’Egitto. Gli statuti per le elezioni codificati nel 1957 prevedono che, al termine di un lungo processo per la selezione di una terna di candidati, sia il sorteggio per mano di un bambino a scrivere l’atto finale. L’ultima volta l’intero processo durò otto mesi; quella precedente tre anni. Al prescelto toccherà un’eredità tra le più difficili.

Quella del nuovo patriarca s’intreccia con un’altra elezione destinata a fare storia: quella del nuovo presidente delle repubblica (lo scrutinio si è tenuto a metà giugno, ndr), che alla fine – ironia della sorte – dovrà emanare il decreto che conferma la nomina del Papa copto. Questo è il destino ineluttabile di una chiesa nazionale.

In una chiesa che desidera fortemente restare legata alle sue tradizioni, l’elezione di Shenuda III (117° successore di San Marco sulla cattedra di Alessandria) comportò una novità mai vista prima: fu il primo a essere eletto da vescovo, mentre la tradizione vuole che i vescovi non siano scelti come patriarchi, per non dovere abbandonare la diocesi che è stata loro affidata «quasi fosse una sposa». La scelta di Shenuda fu possibile perché il suo predecessore, per la prima volta, aveva nominato alcuni vescovi senza sede, ma con incarichi per la chiesa. Tra questi c’era il monaco Antonios (al secolo Nazir Gayed), poi consacrato vescovo con il nome di Shenuda.

L’area di competenza affidata al vescovo Shenuda era l’educazione e questo non avvenne per caso. Per anni, aveva diretto la seguitissima Rivista della Scuola Domenicale, voce di un largo movimento di riforma legato alle attività di catechesi.

Anche nelle vesti di patriarca, Shenuda III non abbandonò mai il gusto della catechesi, attraverso le sue affolla- te udienze del mercoledì sera, nella cattedrale di San Marco nel quartiere di Abbassya, al Cario. Come parroco della vicina chiesa del Sacro Cuore, potevo assistere con frequenza settimanale alla processione di persone che gioiosamente s’incamminavano verso la Catedrayia per l’appuntamento.
La morte di Shenuda, avvenuta il 17 marzo, ha posto fine a uno dei mandati più lunghi della storia della chiesa copta: 41 anni che hanno fatto da congiunzione tra l’epoca nasseriana (Gamal Abd Al-Nasser era morto il 28 settembre 1970) e quella che si apre ora con la nuova presidenza della repubblica.

 

Forte spiritualità


Papa Shenuda III ha vissuto in pieno le innumerevoli sfide di questo periodo con il suo carisma personale, accompagnato da un’indubbia capacità organizzativa, ma soprattutto da un potente anelito spirituale, che già prima di divenire patriarca lo aveva reso protagonista di un rinnovamento della chiesa ortodossa.
A testimoniarlo rimane anche la straordinaria rifioritura dei monasteri copti degli ultimi quarant’anni. Alcuni di questi monasteri risalgono al 4° seco- lo e hanno costituito la secolare spina dorsale della chiesa copta e della sua capacità di resistere.

Il mio ricordo personale, fatto di centinaia di incontri con tante realtà della chiesa ortodossa, è di un grande senso di identità, tanta carità e un ammirabile dinamismo di opere e iniziative.

Sul versante del rapporto con la società civile e – nella fattispecie – musulmana, Papa Shenuda ha vissuto momenti molto diversi. Si è opposto con forza al progetto di islamizzazione della società, avviato dal presidente Muhammad Anwar Al-Sadat (1979-1981) con le riforme costituzionali che riconobbero nella legge islamica (shari‘a) la fonte del diritto. Lo scontro, divenuto sempre più acceso, nel 1981 ebbe come esito il confino forzato di Shenuda III nel monastero di Anba Bishoy, l’arresto di importanti leader della chiesa ortodossa e il “commissariamento” della stessa. De facto, una deposizione.

Di segno opposto fu il rapporto con il successore di Al-Sadat, Hosni Mubarak: non solo il nuovo presidente lo reinsediò, ma tra i due si stabilì un tacito accordo che permise alla chiesa copta di crescere e conquistarsi un suo spazio. Ma anche in questa lunga epoca non mancarono le amarezze per il leader cristiano: casi di impunità per i responsabili di violenze contro i cristiani (nell’ottobre 1989, le forze di polizia picchiarono selvaggiamente gli abitanti del villaggio copto di El-Kosheh, nelle vicinanze di Luxor) riportarono alla luce l’amara verità di un sistema che garantisce protezione, ma non è disposto ad andare contro i “suoi”; un limite mal celato dietro l’appello all’unità nazionale, dove il richiamo alla comune origine etnica dovrebbe compensare un debito di eguaglianza.

Le migrazioni dei cristiani egiziani, molto consistenti negli ultimi decenni, hanno dato vita alla diaspora copta. Shenuda visitava regolarmente le nuove comunità e ne accompagnò la crescita, creando numerose diocesi in Europa, America e Australia. Sono comunità che conservano una forte unità e solidarietà con il centro, oltre che una chiara identità copta.

Il rapporto conflittuale con la società civile sempre più musulmana e l’espandersi nel mondo della comunità copta hanno riportato alla ribalta dilemmi antichi sullo stato del cristiano nel mondo e nella società: è prima credente o cittadino? Può avere piena cittadinanza in questa società? Nell’esposizione non protetta a un cristianesimo diverso, l’indagine si evolve nella questione se un copto possa non essere egiziano e, viceversa, se un cristiano egiziano possa non essere copto.

Shenuda verrà anche ricordato per il suo impegno ecumenico. Nel 1973 fu il primo papa copto a visitare un papa cattolico, allora Paolo VI. Fu parte attiva del Consiglio ecumenico delle chiese del Medio Oriente (questo rapporto si è incrinato negli ultimi anni). Nel febbraio 2000 ricevette Giovanni Paolo II nella sua sede al Cairo. In futuro,

 


 



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alla necessità di un confronto con le fonti storiche e la loro analisi critica, di cui Shenuda non sembrava essere particolarmente amico. In buona compagnia con l’ambiente circostante, anche di diversa matrice religiosa.

Al termine della visita di uno dei monasteri copti di Wadi El-Natrun, uno dei monaci mi disse: «I primi concili ecumenici (Nicea, Costantinopoli ed Efeso) hanno già definito tutto. Che bisogno abbiamo dei concili successivi?». Giustificava così la rottura avvenuta tra la chiesa in Egitto e il resto della cristianità dopo il Concilio di Calcedonia. Però, che piaccia o meno, la storia non si è fermata a Efeso. Presto o tardi, occorrerà prenderne atto.

Conserverò sempre il ricordo di Shenuda III: un pastore che ha trasmesso molta forza e grande senso di identità alla sua chiesa; un uomo dedicato totalmente al suo servizio e pronto ad affrontare il mondo a viso aperto. Ha dato tutto. Ora la Provvidenza guiderà la comunità copta – gregge antico e coraggioso – verso nuove s?de.