Tempi difficili per Emmanuel Macron, tempi difficili per la Francia – uno dei paesi più laici del continente europeo – e tempi difficili nei rapporti tra questa nazione e il mondo musulmano.

Certo, non deve essere facile per un capo di Stato affrontare in pochi giorni l’omicidio crudele ed efferato di un docente, Samuel Paty – decapitato da un terrorista islamico, un diciottenne rifugiato ceceno, per aver mostrato caricature del profeta Maometto alla sua classe – e poi l’attacco terroristico nella cattedrale di Nizza, dove un ventunenne tunisino ha massacrato tre persone. E tutto questo in piena crisi sanitaria, con i numeri dei contagi da Covid-19 che nel paese continuano a crescere.

I dati in archivio dell’ednHUB riferiti agli attacchi terroristici in Europa dal 2004 al 2019, e quindi non ancora aggiornato con gli ultimi eventi, mostrano che la Francia è tra i paesi che hanno subito il maggior numero di aggressioni con il più alto numero di vittime.

Si tratti di sparatorie, accoltellamenti, decapitazioni o veicoli lanciati sulla folla, come avvenne nel 2016 a Nizza, il 14 luglio (festa nazionale e giorno simbolico per la Francia). Quel camion lanciato sulla folla provocò 86 morti e 434 feriti. L’anno prima aveva lasciato nello sconforto l’attacco multiplo nella sala concerti Bataclan e in alcuni bar e ristoranti della capitale. In quel caso le vittime furono 130.

Qualcuno mette tra i colpevoli/ispiratori di questi gesti sanguinari la troppa libertà di espressione rivendicata in Francia, nella fattispecie quella lasciata esercitare ai vignettisti del settimanale satirico francese Charlie Hebdo. E anche loro per questo hanno “pagato”: 12 persone uccise nel 2015 nel corso del blitz terroristico nella redazione.

Ma è proprio quella libertà – rivendicata da Macron all’indomani degli ultimi omicidi e che comprende la satira spinta di Charlie Hebdo – che ha gettato il presidente francese nel vortice delle critiche. Non sono molti nel mondo musulmano, e se ci sono restano silenziosi, ad essere disposti a giustificare e accettare le parole di Macron.

Né come sforzo di salvaguardare i principi costituzionali francesi (ed europei), né come risposta, magari emotiva, a un momento di crisi sociale che si protrae ormai da molti anni e che vede in questi attentati il segno di un malessere difficile da circoscrivere con esattezza.

E non si sono fatte attendere le “reazioni africane” alle parole di Macron. Senza dubbio il continente avrà sempre più un ruolo chiave nelle questione diplomatiche e della sicurezza.

Il Nordafrica (insieme al Medio Oriente) ha la più alta concentrazione di paesi a maggioranza musulmana che ogni altra regione al mondo. I dati del Pew Researh Center sono riferiti al 2010 e parlano di 93% di musulmani su una popolazione (dieci anni fa) di 341 milioni di abitanti. Nell’Africa sub-sahariana la popolazione musulmana risulta pari al 30%.

È sempre il think tank statunitense che nel 2017 ha diffuso una ricerca secondo la quale, entro il 2060, 4 su 10 individui di religioni cristiane saranno nell’Africa sub-sahariana ma crescerà anche il numero di quelli di fede musulmana e sebbene la maggioranza di loro continuerà a vivere della regione dell’Asia Pacifico, la regione sub-sahariana sorpasserà Nord Africa e Medio Oriente come la seconda grande area al mondo con il maggior numero di musulmani.

In questo quadro osserviamo come si è reagito alle parole di Macron. Chiaro, pur senza mai citare il leader francese, è stato l’intervento del presidente dell’Egitto, Abdel Fattah al-Sisi, che ha scelto gli schermi televisivi e il 29 ottobre (data di celebrazione in molti paesi della nascita del profeta Maometto) per dire: «Ognuno può esercitare la libertà di espressione ma credo che questa debba fermarsi quando ferisce i sentimenti di un miliardo e mezzo di persone. Per favore smettetela di offenderci».

Decisi sono stati anche gli interventi dal Mali, paese dove negli anni è cresciuta l’insofferenza nei confronti della presenza della Francia e dei suoi soldati. Quella che l’Esagono vede come una battaglia per la civiltà e la lotta al terrorismo che dilaga nell’area del Sahel, in Mali è ampiamente considerata come un’ingerenza dell’ex colonialista. Nei giorni scorsi migliaia di cittadini si sono riversati nelle strade e sono confluiti alla grande moschea di Bamako.

Il blogger e giornalista Konate Malick ha postato video e foto sul meeting straordinario dell’Alto consiglio islamico del Mali, anche se pare non fosse presente il presidente dell’organismo, Ousmane Cherif Madani. Secondo l’opinionista Cheikh Bamba Dioum (Senegal) il presidente Macron con le sue parole sta volontariamente spingendo i cittadini francesi ad offendere la fede di altri cittadini, sacrificando i principi di legalità e fraternità in nome della libertà. Un radicalismo, quello di Macron, che secondo Bamba Dioum potrà fare solo danni.

Dunque quel «non rinunceremo alle caricature» è vista come un’offesa oltre limite. E non importa se ad Al Jazeera il presidente francese abbia leggermente aggiustato il tiro affermando: «capisco che si possa essere scioccati da quelle caricature, ma non accetterò mai che si possa giustificare la violenza. Ritengo che il nostro dovere sia di proteggere le nostre libertà e i nostri diritti».

Mentre in molti paesi arabi, ma anche africani, si sta spingendo verso il boicottaggio dei prodotti francesi – azione chiesta dalla Turchia, sempre più radicata, e ascoltata, in gran parte del continente – sono soprattutto le organizzazioni religiose ad esercitare la protesta a voce alta.

In Algeria la reazione è venuta dall’Alto consiglio islamico, che ha affidato la sua dichiarazione ad un comunicato. “Con il pretesto della libertà di espressione si mina l’islam e il suo Profeta e si prendono in giro i simboli religiosi che le leggi internazionali obbligano a proteggere, essendo valori comuni a tutti i popoli e a tutte le religioni”.

In Mauritania, è stato invece il ministero degli Esteri a esprimere l’insoddisfazione del governo per le vignette sul profeta. Si denuncia la persistenza di “attacchi orchestrati contro i sentimenti dei musulmani” e che “questi attacchi non hanno alcuna relazione con la libertà di espressione ma suscitano odio e razzismo”. Mentre il ministro degli Esteri del Marocco ha scritto “questi atti  riflettono l’immaturità sia dei loro autori sia del Capo dello Stato francese”.

Anche nel Corno d’Africa e nell’Africa orientale non sono mancate le dure prese di posizione contro Macron. «Condanniamo fermamente l’umiliazione del Profeta Muhammad con il pretesto della libertà di parola e di espressione», ha dichiarato Al Hajj Hassan Ole Nadoo, presidente del Consiglio supremo dei musulmani del Kenya.

In Somalia, uno dei primi paesi africani a reagire, centinaia di persone sono scese in piazza nella capitale Mogadiscio mentre in un comunicato la presidenza somala ha scritto: “Qualsiasi atto che leda i sentimenti dei musulmani serve gli interessi dei gruppi estremisti. Tali atti dovrebbero essere evitati poiché creano odio sociale tra persone di diverse nazioni e religioni”.

In Tunisia (luogo di provenienza dell’ultimo attentatore), intanto, è aperta un’inchiesta sul parlamentare radicale Rached Khiari che all’indomani dell’uccisione del professor Paty aveva di fatto giustificato l’atto, affermando che l’offesa al Profeta è un atto gravissimo e chi lo commette deve essere pronto ad assumersene le conseguenze.

Sale dunque, in questo paese, la rabbia contro le parole di Macron e si sta inoltre discutendo il boicottaggio del Summit della francofonia, che sarebbe stato in programma proprio a Tunisi alla fine di quest’anno ed è stato rimandato (per la pandemia) al 2021.

Ma c’è un altro aspetto da considerare – ed è anche il motivo del basso profilo tenuto sostanzialmente dalla maggior parte dei leader dei paesi africani – vale a dire i legami economici e commerciali tra gli Stati.

Con la Tunisia, per esempio, come ricorda lo storico tunisino Kmar Bendana. Il commercio tra i due Stati ammonta a 7.8 miliardi di euro e in Francia c’è una comunità di almeno 800mila tunisini. Legami e interconnessioni che riguardano anche altri paesi e che rendono indispensabile un approccio comune (se ci può essere) alla crisi sociale di cui gli ultimi attentati in Francia sono un’espressione.