Dal mensile: Intervista al prof. Calchi Novati
Nello stagno ovattato di una discussione concentrata su fondi, solidarietà (con incorporato il ritorno economico) e regole della nuova cooperazione, le parole del professore e “africanista” Gianpaolo Calchi Novati minano granitiche certezze: « La guerra istituzionalizzata ha messo fuori gioco la cooperazione».

Una provocazione?

Non direi. Oggi la guerra si pone come un’alternativa alla cooperazione tradizionale nell’intervenire, sostenere, modificare e orientare le scelte di un paese.

 

Vuol dire che copre uno spazio proprio della cooperazione?

Guardiamo ad alcuni degli obiettivi che avevano originariamente le politiche di aiuto allo sviluppo. Innanzitutto, far uscire dalla miseria le comunità più povere. C’era poi la voglia di pagare per le responsabilità e i danni procurati dal colonialismo. C’era il mantenere aperto un canale con gli ex possedimenti. C’era il tentativo di condizionare i gruppi dirigenti locali. Ad esempio, la Francia ha spedito nelle sue ex colonie dell’Africa occidentale centinaia e centinaia di cooperanti che hanno svolto ruoli importanti nelle scuole, nei ministeri e nelle strutture pubbliche. Era anche questa una forma di condizionamento. Per non parlare poi della politica dei ricatti: aiutare stati borderline o impedire che uno stato, anche se canaglia, uscisse dalla propria sfera d’influenza, giocando sull’aiuto. L’Italia, in questo campo, è stata maestra: molta cooperazione con l’area arabo-africana è stata fatta con paesi che avevano rotto con le capitali occidentali. Vedi l’esempio dell’Etiopia dopo la rivoluzione militare e socialista del Derg, negli anni ’70. Ecco, tutte queste politiche e condizionamenti, costruiti con gli aiuti, hanno un substrato politico di controllo, che oggi, nella fase di transizione seguita alla fine del bipolarismo, è sempre più sostituito dalla forza. Quando il governo non è più orientabile si ricorre alla forza.

 

Non le sembra un’ipotesi un po’ drastica?

Guardate quello che è successo nelle primavere arabe. Se gli Usa decidono che il presidente tunisino deve lasciare, Ben Ali lascia. Dopo i miliardi con cui per decenni ha finanziato Il Cairo, Washington può imporre a Mubarak di mollare la carica. Laddove il presidente non vuol lasciare – da Saddam ad Assad passando per Gheddafi – si è ricorsi alla forza. La previsione che abbiamo davanti è che il mondo sarà afflitto da sempre più crisi. Si pensi all’area del Nord Africa estesa, quella non bantu che arriva fino alla Nigeria: un’area assorbita nelle dinamiche del mondo arabo-islamico. Il ministro Riccardi ha detto che il Mali è una delle nostre frontiere. Ma oggi lì si sta preparando una guerra. Le potenze occidentali l’appoggeranno?

 

Le statistiche, in realtà, ci dicono che negli ultimi 20 anni le guerre nel mondo sono in calo…

Sono però cruciali. La guerra oggi è usata in modo disinvolto. Perfino grazie alle Nazioni Unite, che non avrebbero mai dovuto e potuto approvare alcuni interventi, Kosovo e Libia ad esempio. Tanto che oggi la Russia non vuole più approvare risoluzioni in cui trova l’espressione “o con tutte le altre misure”. “Tutte le altre misure” sono diventate spesso un pretesto per interventi militari.

 

Durante il Forum si è poco approfondito il legame tra missioni militari cosiddette di pace e cooperazione. Volutamente, a suo avviso?

Non lo so. Per la verità, il sospetto che si debba collegare lo strumento militare alla cooperazione è aleggiato nelle sale. La legge 49 del 1987 è netta: esclude qualsiasi scambio. Dubito che sia stata rispettata fino in fondo. Ad esempio, temo che sia stata spesso finanziata dalla cooperazione l’assistenza per la formazione di polizia o degli organi di sicurezza nei paesi poveri. Non dimentichiamo che l’Italia rifornì la Libia di motovedette per controllare l’emigrazione clandestina dalle coste libiche verso la nostra penisola. Motovedette pagate con i soldi della cooperazione. Devo anche dire che il primo programma del Forum prevedeva l’intervento del ministro della difesa. Per fortuna qualcuno deve averci ripensato, perché l’intervento è stato cancellato. Sarebbe stato un passo davvero grave. Però ci sono stati accenni alle missioni militari umanitarie anche nel discorso del presidente della Repubblica. Un discorso che, a mio avviso, è stato fuori tiro. Non ha messo bene a fuoco che cosa è la cooperazione allo sviluppo. Forse il suo ghostwriter non era tanto informato o aveva dei secondi fini.

 

È ancora giusto considerare la cooperazione parte integrante della politica estera italiana, come recita la legge 49?

Una premessa: la paternità di quell’espressione è mia. Ma, francamente, oggi non sarei più così sicuro di ripeterla. L’obiettivo della cooperazione è lo sviluppo dei paesi, che non necessariamente è connesso con gli interessi italiani. Aiutare un paese marginalissimo come la Guina Bissau, che non potrà mai comprare i nostri prodotti, non aiuta il nostro sistema paese. Mentre lo specifico della politica estera è proprio difendere gli interessi nazionali. Oggi, quindi, riformulerei l’espressione in questo modo: la cooperazione è uno dei mezzi, degli strumenti attraverso cui l’Italia raggiunge una politica estera, avendo comunque come obiettivo lo sviluppo.

 

Quindi non condivide l’idea di cooperazione piegata al mercato?

Dire che la cooperazione deve avere dei ritorni economici è molto ambiguo. Come starei molto attento ad altri luoghi comuni sulla cooperazione, tipo che è giusto scavalcare lo stato per favorire la cosiddetta società civile. Quest’ultima, beneficiata dalla cooperazione, che responsabilità può avere nei confronti di uno stato donatore? In molti paesi in via di sviluppo la società civile è costituita da blocchi di potere, che nel loro piccolo sono dei potentati, che non rappresentano sempre esempi di democrazia e di distribuzione equa delle risorse.

 


 



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