Al-Kantara – Luglio-Agosto 2014

In Libia il caos continua a regnare sovrano. L’assenza di un vero stato, il proliferare delle milizie jihadiste che di fatto dettano legge sono le conseguenze dirette dell’intervento militare della Nato in questo paese, avvenuto nel marzo 2011. Dopo l’eliminazione di Gheddafi, gli Usa, alla guida della Nato, non sono riusciti ad avere il controllo totale. La loro alleanza tattica con i jihadisti libici si è rivelata fallimentare.

Fatto fuori il loro nemico comune, gli Usa, i gruppi islamisti estremisti hanno ripreso a combattere l’uno contro l’altro. L’11 settembre 2012, i jihadisti della brigata Ansar al-Sharia (uno dei più influenti gruppi estremisti sulla scena libica) avevano assassinato a Bengasi l’ambasciatore americano in Libia. E gli Usa, da parte loro – dopo essersi serviti dei jihadisti del Gruppo combattente islamico in Libia – hanno ripreso a “combattere il terrorismo islamico”.

Nel dopo Gheddafi, Washington ha provato a collocare i suoi uomini di fiducia nei posti chiave della debole amministrazione libica. Era riuscito a piazzare Mohamed al-Megaryef a capo del “parlamento” e Ali Zeidan come premier. Nel marzo scorso quest’ultimo è scappato all’estero perché minacciato dai jihadisti con l’accusa di aver collaborato con gli americani alla cattura di uno dei loro leader.

Al-Megaryef e Ali Zeidan sono i cofondatori, nel 1981, del Fronte nazionale per la salvezza della Libia (Fnsl). Questo movimento, sostenuto dalla Cia, aveva provato varie volte, invano, a far cadere il regime di Gheddafi.

Oggi, fallito il tentativo di imporre uomini politici di fiducia al vertice di uno stato (fallito), gli Usa sembrano orientarsi verso una soluzione di tipo militare per risolvere “il problema Libia”. La recente irruzione robusta sulla scena dell’ex generale Khalifa Haftar sembra confermare questo “nuovo” orientamento. A metà maggio Haftar aveva chiesto pretestuosamente la sospensione del parlamento e la creazione di un comitato presidenziale per governare la transizione; si è autoproclamato capo del nuovo Esercito nazionale libico (sigla da lui usata anche all’epoca del Fnsl); il 28 maggio ha bombardato con i “suoi aerei” le postazioni dei jihadisti nella zona di Bengasi uccidendo più di 100 persone tra guerriglieri e civili.

Qual è il profilo di questo generale “in pensione”? Haftar, 71 anni, è un ex fedele di Gheddafi. Fu un protagonista nel conflitto tra Libia e Ciad (sostenuto da Usa e Francia) per il controllo della striscia di Aozou, territorio ricco di uranio nel nord del Ciad. Persa la guerra, Haftar fece defezione e nel 1990 si trasferì negli Usa dove ha vissuto per vent’anni – pochi chilometri da Langley, dove si trova la sede della Cia – e dove ha ottenuto la cittadinanza americana. Fu membro del suddetto Fnsl, per il quale aveva gestito il suo braccio militare.

Haftar ha partecipato sin dall’inizio all’insurrezione armata etero-guidata iniziata a Bengasi. Ma dopo la caduta di Gheddafi, Haftar, uomo della Cia, è tornato nell’ombra. La sua recente ricomparsa sulla scena ha una sua logica. L’amministrazione americana ha probabilmente visto in lui la persona adatta per ripristinare l’ordine e la sicurezza e quindi proteggere gli interessi Usa in Libia (e anche nel Sahel e nel resto dell’Africa) che i jihadisti minacciano in permanenza.

L’operazione militare battezzata “la Dignità” da Haftar è stata verosimilmente concordata con il Pentagono. Le Nouvel Observateur, in un articolo pubblicato il 10 giugno, ha rivelato l’esistenza di un’operazione militare congiunta tra Usa e Algeria a sostegno dell’ex generale Haftar e ha sottolineato che il comando americano fa riferimento all’Africom.

Dopo la breve luna di miele tra Washington e gli islamisti giunti al potere in alcuni paesi arabi in seguito alla cosiddetta “primavera araba”, l’opzione dell’uso della forza militare nei calcoli geopolitici della Casa Bianca è tornata ad essere una priorità.

Il recente incoronamento di un generale al vertice del potere in Egitto sembra un segnale indicativo della tendenza verso un nuovo equilibrio blindato dai militari, nel mondo arabo, Libia compresa, sotto la stretta tutela degli Usa. In tal senso i “generali” potrebbero risultare una buona garanzia!

 

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L’ex generale Khalifa Haftar, il nuovo uomo forte voluto dagli Stati Uniti per tutelare i propri interessi, era fedelissimo di Gheddafi. Che torna in scena dopo un ventennio di apprendistato americano.