Commercio delle armi
L’Europa ha approvato la direttiva che facilita il trasferimento intra-comunitario dei prodotti militari. Una normativa che snellisce e sburocratizza i passaggi, ma è anche meno rigida nei controlli. L’Italia deve recepirla: l’occasione per i tutori degli interessi armati per riscrivere la legge del 1990 e per azzerare la campagna Banche armate.

E se nel silenzio generale si lavorasse alacremente per mettere il silenziatore alla 185? Gli eterni sottovalutatori di turno, alzeranno le spalle. Ma mai come in questo momento è sotto attacco la legge del 1990 che regola la trasparenza e il controllo del commercio italiano di materiali di armamento. Un totem per la società civile fedele agli slogan pacifisti. Un ostacolo troppo ingarbugliato per chi con le armi ci campa e guadagna.

E a poco più di un mese dalla presentazione alle Camere della relazione annuale della Presidenza del Consiglio sullo stato di salute del mercato armiero italiano, nelle stanze dei lobbysti e dei vari ministeri interessati si stanno riscrivendo gli articoli della 185.

 

L’aspetto tecnico s’aggancia, invece, alla direttiva approvata a dicembre dal Parlamento europeo che, di fatto, facilita il trasferimento intra-comunitario di prodotti militari. L’obiettivo è creare un mercato integrato che si affianchi agli attuali mercati frammentati su base nazionale. Lo spirito della direttiva è di snellire gli adempimenti burocratici e dare impulso all’innovazione in un settore, quello dell’industria europea di difesa, che impegna circa 800mila occupati (tra militari e civili) e che rappresenta il 2,5 del Pil della Ue.

Sintetizzando alquanto, la proposta approvata a dicembre sostituisce gli attuali regimi nazionali di licenze, e relativi obblighi, con un sistema semplificato e armonizzato di licenze generali e globali, limitando la licenza individuale a casi eccezionali. Si è dato il via, quindi, a un processo di transnazionalizzazione dell’industria europea di difesa, che permetterà ai colossi del settore “certificati” (vedi Finmeccanica) di abbattere costi burocratici; di aumentare le economie di scala; di scambiare pezzi con altre industrie europee senza chiedere permessi e autorizzazioni; di limitare i controlli eccessivamente rigidi (non saranno più ex ante ma ex post e i registri dettagliati sui trasferimenti dei beni dovranno essere presentati dalle aziende alle autorità competenti solo se quest’ultime ne faranno domanda).

Manca nella direttiva, poi, qualsiasi riferimento alle autorizzazioni bancarie, ipotesi disciplinata in modo rigoroso, invece, nella 185 (art. 27, comma 1: “Tutte le transazioni bancarie in materia di esportazione importazione e transito di materiale di armamento vanno notificate al ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione”). Vista la ratio della direttiva europea (la semplificazione del quadro) è improbabile che rimarrà il coinvolgimento di più ministeri nelle diverse fasi autorizzative. Una eventualità, se confermata, che potrebbe minare la stessa campagna Banche armate.

Ora i parlamenti dei 27 stati della Ue hanno tempo due anni per adottare le disposizioni legislative e regolamentari necessarie per conformarsi alla direttiva e dovranno renderle applicabili entro l’anno successivo.

Ma da noi stanno lavorando a pieno regime per applicare il prima possibile i frutti della nuova normativa, stravolgendo la 185. Del resto, non è un mistero per nessuno come la “legge Formica” ( nacque quando ministro delle Finanze era l’ex ministro socialista Rino Formica) sia mal sopportata dal mondo armiero. Nel bilancio 2007 (approvato a giugno 2008) l’ Aiad (la Federazione aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza) si lamenta di come «l’industria nazionale risulti penalizzata in maniera oltremodo significativa sia dalla legge 185, che necessita di una concreta revisione in chiave di armonizzazione europea (…), sia dall’atteggiamento demagogico delle cosiddette “banche etiche” ».

Lo stesso Michele Nones, direttore dell’area sicurezza e difesa dello Iai e consulente principe dei governi italiani in tema di legislazione armiera, da tempo sta conducendo la battaglia per cambiare la 185 («È stata pensata dal legislatore alla fine degli anni ’80. In tutto questo tempo il mercato è cambiato. Ecco perché non la difendo così com’è e la considero inadeguata e priva di un sistema di controllo delle esportazioni efficace»). E l’aspetto che considera il tunnel dell’assurdo è proprio quello legato alla campagna Banche armate: «Una campagna di criminalizzazione dell’industria della difesa e delle banche che intrattengono rapporti d’affari con le imprese di settore». Da smontare al più presto.

Una campagna malvista anche dall’attuale sottosegretario alla difesa Giuseppe Cossiga (Forza Italia), che nel 2005, quando espose in parlamento la Relazione sulle esportazioni d’armi, disse come fosse «eccessiva l’enfasi con la quale la relazione dà conto dell’ammontare complessivo delle operazioni finanziate dagli istituti di credito».

Oggi, finalmente, hanno la possibilità, riscrivendo la 185, di mettere le cose al loro posto. Per la gioia dell’industria militare.

L’arcobaleno, mai come oggi, sembra ininfluente.

Un’accelerata improvvisa resa possibile da due fattori: uno tecnico e l’altro culturale. Quest’ultimo è legato all’onda sollevata dal terremoto finanziario che sta infrangendosi nelle nostre vite e al clima ansiogeno e speculativo del problema sicurezza: immersi come siamo in questo pantano, il dizionario “pacifista” appare spolpato dei suoi sogni. Il controllo e la trasparenza sul commercio delle armi non sono nell’agenda né di un’opposizione parlamentare, insignificante e in preda ai suoi fantasmi, né in quella dei movimenti che hanno sostenuto la campagna del disarmo e della pace. E, quindi, i tutori degli interessi armati hanno autostrade davanti a sé.