TATALITA – LUGLIO/AGOSTO 2018
Elianna Baldi

Monica è la metafora di questa nazione. Un tumore complicato la sta divorando, ma lei esprime una forza vitale che ha del miracoloso.

Wilfried, suo padre, è uno dei nostri vicini di casa (di noi comboniane) più socievoli, sempre sorridente, sempre attento a chiederci se tutto va bene. Una persona onesta al punto che il negoziante dell’angolo, se si deve assentare per un’urgenza, gli affida tranquillamente la conduzione del negozio. La moglie di Wilfried è giovane e molto bella, fa la casalinga e accudisce i due figli: David di 4 anni, e Monica che ormai ha un anno. Anche Wilfried si occupa della famiglia ed è lui che ogni mattina va a riempire i bidoni d’acqua per le esigenze quotidiane: non si sono abbonati all’acquedotto pubblico (che lascia a desiderare, ma è puntuale a chiedere l’importo mensile) e si devono quindi arrangiare.

Oltre a essere un buon giocatore di basket, ha un certificato in logistica e può svolgere la funzione di impiegato doganale oltre che di agente commerciale. Ma nonostante le numerose domande d’impiego, non ha ancora trovato un lavoro consono alla sua formazione. Sbarca il lunario con lavoretti saltuari. L’ultimo lo sta per lasciare, perché la compagnia telefonica per la quale lavora da più di un mese non gli ha ancora versato un centesimo. Il fatto è che il direttore generale dell’azienda, prima di essere licenziato, ha creato un debito consistente e la situazione sembra compromessa.

In questa situazione di precarietà, la piccola Monica, a otto mesi, ha improvvisamente sviluppato una massa tumorale alle natiche. Una sorta di pallone, che le impedisce di sedersi o tenersi in piedi. Al reparto oncologico dell’ospedale pediatrico Monica è un caso unico per gravità e per reattività alle chemioterapie.

È un conoscente ad avermi informata della malattia della bimba e di come i genitori si stavano sacrificando e battendo per lei. Davanti al sorriso di Wilfried, il cuore mi si stringeva, e una grande stima per loro accompagnava ormai le mie preghiere. Dio è così, prepara i cuori, e quando Wilfried non sa più cosa fare, viene a chiederci aiuto. La comunità aveva già deciso di aiutarlo. Per l’operazione serve una somma corrispondente a un mese di salario base.

Riuscita l’operazione, bisogna iniziare un ciclo di chemioterapia. Ma all’ospedale pediatrico si sono trovati a corto del farmaco. Una sola farmacia di Bangui ce l’ha, ma il costo corrisponde a quattro salari. Non ci siamo certo tirate indietro…

Ora Monica ha appetito, il suo corpo ha fretta di crescere, di mettersi in piedi. Perde i capelli, ma non il sorriso e la serenità che sicuramente assorbe dall’amore di un papà che la porta in braccio con una dolcezza esemplare. Monica ha paura di noi suore perché siamo bianche come l’oncologo che la cura. Ma avrei voglia di stringerla tra le mie braccia, di coccolarla e di piangere come tante volte ho fatto contemplando questo popolo pieno di promesse di vita, di resistenza e fiducia, nonostante le guerre, la corruzione e tutti quei mali che lo deturpano come un cancro.

Aspettiamo la guarigione e, nonostante i rischi di recidiva, sogniamo un avvenire felice per Monica. E per il Centrafrica.

Repubblica Centrafricana
Scorrendo le pagine del dossier di questo numero ci si fa un’idea di quanto profonda sia la crisi (l’ultima di molte altre) che da quasi sei anni attraversa il paese dell’Africa centrale. Per chi volesse entrare ancor più nel merito delle ragioni che hanno prodotto questo stato di cose, è stato pubblicato in francese da La Découverte (Parigi, 2017, pp. 272, € 21) un libro Jean-Pierre Tuquoi, già giornalista a Le Monde: Oubangui-Chari. Le pays qui n’existait pas. Oubangui-Chari è l’attuale Repubblica Centrafricana e, secondo l’autore, è un paese fantasma che è stato creato dalla voracità del partito coloniale francese. L’autore si sofferma a lungo sul periodo coloniale, senza però dimenticare il ruolo di Parigi dopo l’indipendenza del 1960.