Forze speciali Usa in azione (Credit: warontherocks.com)

Navy seals, Army green berets, Marine corps raiders sono alcuni dei corpi speciali degli Stati Uniti presenti ufficialmente o in modo più o meno velato nel continente africano. Si tratta delle cosiddette forze per le operazioni speciali (Sof), vale a dire militari altamente addestrati delle forze armate statunitensi, specializzati in antiterrorismo, contro-insurrezione, raid di combattimento. Insomma addetti a missioni speciali che nella maggior parte dei casi, se non sempre, sono avvolte dal segreto.

Ma quanti sono? Dove sono dislocati? E quali sono le loro missioni? Lo rivela, per la prima volta nei dettagli, un’indagine di Mail & Guardian svolta in partnership con il Centro Pulitzer. Il lavoro rientra nel progetto che sta analizzando il grado del coinvolgimento delle forze speciali Usa in Africa.

Notizie difficili da ottenere perché nonostante la presenza dei militari statunitensi sia ovviamente decisa di comune accordo con i paesi ospitanti, e spesso sia presentata come azione di addestramento di eserciti o militari africani, una volta sul territorio queste forze speciali sembrano scomparire, camuffarsi, e molte delle loro attività e operazioni sfuggono di mano e sono sconosciute persino ai vertici degli Stati, per non parlare della stampa e dell’opinione pubblica.

Presenza in 22 paesi

L’indagine rivela che sono 22 i paesi africani dove nel 2019 sono state dispiegate forze speciali. Africa occidentale, equatoriale, orientale, Nord Africa e persino le isole, Capo Verde e Madagascar. Questi i paesi dove sono presenti le forze Usa: Algeria, Botswana, Burkina Faso, Camerun, Ciad, Costa d’Avorio, Gibuti, Egitto, Etiopia, Ghana, Kenya, Libia, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal, Somalia, Tanzania e Tunisia. Si tratta, spiega l’analisi, del 14% delle forze Usa impiegate all’estero, la percentuale più alta di presenze militari in un continente dopo il Medio Oriente.

Se la presenza delle basi militari statunitensi – 29 in 15 paesi nel 2019 soprattutto nell’area del Sahel e del Corno d’Africa – non è praticamente più un mistero – è stata la stessa Africom a rendere pubblici documenti prima secretati – molto poco si sa delle attività specifiche.

L’inchiesta in questione, realizzata grazie al lavoro svolto su più fonti, ha mirato a ricostruire queste attività. Si sa, per esempio, che nel 2017 forze delle operazioni speciali statunitensi sono state impegnate in veri e propri combattimenti in 13 territori africani. E che nel 2019 truppe americane hanno continuato ad operare in 10 di quei paesi: Burkina Faso, Camerun, Ciad, Kenya, Libia, Mali, Mauritania, Niger, Somalia e Tunisia.

Se nell’ufficialità quello delle forze americane è presentato come un compito di consulenza, assistenza, accompagnamento – nei documenti si parla delle tre A (advise, assist, accompany) –  ciò che emerge dal lavoro di analisi è invece un ruolo attivo nelle varie operazioni sul campo. Difficile conoscere il numero esatto delle operazioni condotte secondo la categoria delle tre A, ma si parla almeno di 70 di tali missioni in Africa orientale nel 2018, 46 nel 2019 e 7 nel 2020 all’inizio di giugno.

Somalia

Dall’analisi emerge anche l’importanza dei programmi denominati 127e che prevedono il budget di un fondo speciale. Si tratta della possibilità di utilizzare, in una sorta di appalto, forze militari locali per azioni di antiterrorismo. Negli ultimi anni ne sono state condotte almeno otto, la maggior parte delle quali in Somalia.

Nomi in codice di alcune di esse (senza molta fantasia) Exile hunter, Kodiak hunter, Mongoose hunter, Paladin hunter, Ultimate hunter. Operazioni che rientrano nei programmi di lotta contro il terrorismo islamista rappresentato in quest’area dal gruppo al-Shabaab. Pare che altre missioni di questo genere siano attualmente in corso in Somalia, e va ricordato che nel paese, dal 2014, opera un’élite di forze speciali, la Brigata Fulmine (Danab), inizialmente affidata a un contractor, ma esistono molte prove che militari statunitensi abbiano preso parte ad azioni in cui hanno perso la vita anche molti civili e proprietà private sono state distrutte.

Non a caso lo scorso anno un incidente, definito solo come “la punta dell’iceberg”, ha causato le rimostranze e le accuse della popolazione locale, accuse che sono uscite dai confini del piccolo villaggio di Shanta Baraako, ritenuta roccaforte di al-Shabaab, dove è avvenuto uno degli “incidenti” che vengono poi presentati come “effetti collaterali”. Dall’inchiesta di Mail & Guardian e Pulitzer Center emerge che il numero di missioni di terra contro al-Shabaab effettuate dai commando statunitensi in Somalia, sono state più di 200 in un solo anno, 2017-2018.

Africa occidentale e del Nord

Altro importante teatro delle operazioni speciali statunitensi è l’Africa nordoccidentale. Anche in questo caso si è trattato a lungo di operazioni compiute nella massima segretezza. Qualcosa però venne a galla nel 2017 quando membri dell’IS tesero un’imboscata alle truppe americane vicino a Tongo Tongo, in Niger, imboscata in cui rimasero uccisi quattro soldati statunitensi. L’unità, costituita da 11 soldati, faceva parte della più grande operazione antiterrorismo in corso in Africa, Juniper shield che coinvolge 11 nazioni: Algeria, Burkina Faso, Camerun, Ciad, Mali, Mauritania, Marocco, Niger, Nigeria, Senegal e Tunisia.

Altra attività chiave nella regione è l’esercitazione Flintlock, addestramento annuale per operazioni speciali, condotta dallo Special operations command Africa e incentrata sul rafforzamento della capacità delle nazioni dell’Africa occidentale di pianificare e condurre missioni antiterrorismo. L’inchiesta in questione fa notare che le forze statunitensi non operano solo in zone di guerra o in aree di crisi.

Si fa l’esempio del Botswana, una delle democrazie più consolidate e pacifiche del continente. In questo paese, nel 2019, truppe statunitensi d’élite hanno tenuto un’esercitazione di tre settimane presso la base aerea di Thebephatshwa a Molepolole. L’addestramento alle armi e simulazioni di assalti aerei e terrestri ha coinvolto 200 guardie della Guardia nazionale della Carolina del Nord e un numero imprecisato di soldati delle forze di difesa del Botswana.

Ma a proposito di training sono in molti a mettere in discussione il risultato di questi addestramenti. Portati a galla da Human Rights Watch, ad esempio, sono gli omicidi di massa, almeno 180 corpi ritrovati in fosse comuni, compiuti nella città di Djibo in Burkina Faso tra il novembre 2019 e giugno 2020. Esecuzioni compiute nell’ambito di operazioni di anti terrorismo da forze di sicurezza burkinabè addestrate dalle forze speciali Usa.

La presenza in Burkina Faso dei militari statunitensi – e anche dell’Fbi – è molto estesa, soprattutto nelle aree di confine con il Niger e il Mali. Tra le altre cose gli Stati Uniti forniscono supporto aereo, sorveglianza e intelligence ai francesi – che guidano un intervento militare contro i militanti islamisti nel Sahel – e addestramento alle forze di sicurezza burkinabè.

Libia

Sicuramente un altro territorio chiave per le forze speciali Usa è la Libia. Ufficialmente i commandos statunitensi sono stati ritirati allo scoppio della guerra civile. Secondo documenti provenienti da Africom, l’operazione Junction serpent – parte della campagna di attacchi aerei del 2016 contro obiettivi dello Stato islamico nella città costiera di Sirte – è ancora attiva. A questa si aggiungono altre operazioni di sorveglianza, targeting per attacchi aerei, voli di intelligence e di ricognizione.  

Insomma, una presenza sicuramente ingombrante quella dei corpi speciali statunitensi in Africa. Soprattutto quando associata ad abusi e violazioni dei diritti umani. Dare supporto, equipaggiare, addestrare forze che continuano a perpetrare violazioni non fa che giustificare e armare queste violazioni, come fa notare Temi Ibirogba, ricercatore associato al Programma Africa presso il Center for international policy.

Senza contare che la mancanza di trasparenza da parte sia del governo Usa che dei governi africani non fa che aumentare l’impressione del sostegno a regimi autoritari o addirittura il tentativo di installare quei tipi di regime anche in paesi democratici e pacifici.