Il rapporto di Survival International
L’ultimo rapporto dell’organizzazione internazionale per la difesa dei popoli indigeni Survival lancia un allarme sulla ripresa degli investimenti per la costruzione di grandi dighe in Africa, Asia e nelle Americhe. Progetti che si sviluppano spesso nelle terre ancestrali e che rischiano di creare, tra l’altro, masse di nuovi rifugiati dipendenti dagli aiuti.

E’ una denuncia quella contenuta nel rapporto di Survival International su “Il ritorno delle grandi dighe”. Ma è anche un allarme: la costruzione di questi giganteschi impianti per la produzione di energia idroelettrica sta riprendendo a pieno ritmo, e a farne le spese sono i popoli indigeni del pianeta.

 

Dopo il boom degli anni ’70 e ’80 e il progressivo abbandono nei decenni successivi, le grandi dighe stanno, infatti, tornando in auge, sospinte dalla necessità di trovare nuove fonti energetiche alternative agli idrocarburi.

 

“Oggi – si legge nel rapporto – la più grande finanziatrice è la Cina, che ha preso il posto occupato precedentemente dalla Banca Mondiale”. In prima linea c’è la China Three Gorges Project Corporation (costruttrice della controversa ‘diga delle Tre Gole’ sul fiume Yangtze) impegnata attualmente nella costruzione di un mega impianto nella terra della tribù dei Penan, nello stato di Sarawak, nell’isola malesiana di Borneo.

 

Ed è sempre la Cina, attraverso la Banca dell’Industria e del Commercio (il maggior istituto di credito nazionale) che sta valutando l’opportunità di subentrare alla Banca Europea degli Investimenti, ritiratasi dal finanziamento per il completamento del progetto africano della Gibe III in Etiopia.

 

Nonostante il predominio della Cina, la Banca Mondiale ha però ripreso dal 2003 ad investire nel settore idroelettrico. Progetti “ad alto rischio e ad alto rendimento” li definisce il rapporto di Survival che, citando i dati forniti dalla stessa organizzazione finanziaria, fa notare che dal 1997 ad oggi il volume dei finanziamenti erogati in questo settore è aumentato di oltre il 50% e che attualmente la Banca Mondiale sta sostenendo la realizzazione di 211 progetti idroelettrici nel pianeta, con un portafoglio di 11 miliardi di dollari. Un esempio, peraltro, seguito da qualche anno anche dalla Banca Africana di Sviluppo, “impegnata ad aumentare gli investimenti in modo paragonabile”.

 

Impegnati nel nuovo business idroelettrico, fa notare ancora Survival, ci sono però anche singoli stati come il Brasile che “ha dichiarato di poter costruire la controversa diga di Belo Monte con i finanziamenti della Banca Statale Brasiliana per lo Sviluppo e grazie al sostegno del settore privato”.

 

Un nuovo ‘boom’ degli investimenti che però rischia di annientare molte popolazioni indigene in Africa, Asia e nelle Americhe. Sono popoli – fa notare Survival – la cui vita sociale, culturale e spirituale è completamente legata ai territori in cui vivono e ai cicli naturali, i cui fragili equlibri sono compromessi dalla costruzione delle grandi dighe che modificano l’ecosistema. La prospettiva, avverte l’organizzazione, è la creazione di una moltitudine di nuovi ‘senza terra’ costretti a dipendere completamente dagli aiuti umanitari.

 

Survival denuncia in particolare la violazione della Convenzione ILO 169 (International Labour Organization) che riconosce ai popoli indigeni e tribali un insieme di diritti fondamentali, essenziali alla loro sopravvivenza, tra cui i diritti sulle terre ancestrali e il diritto di decidere autonomamente del proprio futuro. Un testo che è attualmente l’unico strumento legislativo internazionale per la protezione dei diritti dei popoli indigeni.

 

Una Convenzione che però molti paesi europei non hanno ancora ratificato. Tra questi c’è anche l’Italia. E proprio per spingere Roma ad abbracciare pienamente questo importante documento, Survival ha aperto un Campagna di raccolta firme che ha già registrato più di 10.000 adesioni.

 

(In audio l’intervista realizzata con la responsabile di Survival International Italia, Francesca Casella, in occasione della Giornata internazionale dei popoli indigeni)