Egitto

Se non ci fosse il Nilo, non esisterebbe il paese: il fiume provvede al 95% del suo fabbisogno idrico. Per anni la terra dei Faraoni ha vissuto applicando il veto allo sfruttamento delle acque da parte delle nazioni che stanno a monte. Oggi deve farei i conti con la voglia di sviluppo di queste stesse nazioni, con le quali deve cooperare. Si è chiusa la stagione di uno sfruttamento sfrenato del fiume.

L’Egitto è fondamentalmente di due colori: il verde delle terre agricole, che si estende per qualche decina di chilometri alla destra e alla sinistra del Nilo; il resto è un giallo sbiadito delle zone desertiche, pressoché inabitate e inutilizzate. Il 35% della popolazione si dedica all’agricoltura con metodi inefficienti e con scarsa conoscenza dell’impatto ambientale dell’uso di pesticidi e fertilizzanti industriali. Le stime parlano di un salto di popolazione dagli 82 milioni d’abitanti di oggi ai 150 milioni nel 2050. Questo vuol dire che l’Egitto, a quella data, avrà un fabbisogno d’acqua quasi il doppio rispetto all’attuale. E di questo fabbisogno, il Nilo provvede per il 95%. Per questo l’Egitto s’appropria del 75% dell’acqua del fiume (55,5 miliardi di m³ ogni anno). Senza il Nilo l’Egitto sarebbe di un solo colore…

Il fiume, però, non appartiene all’Egitto. Dalle sue sorgenti al delta attraversa (direttamente o indirettamente, tramite i suoi affluenti) 11 paesi. Secondo il documento dell’Onu World Water Development Report la scarsità di risorse idriche della regione aumenteranno: “Nuovi problemi aggraveranno la riduzione d’acqua dolce in queste aree: dalla crescita demografica, ai conflitti locali, dai cambiamenti climatici alle instabilità politiche”.

La richiesta mondiale di cibo si prevede che cresca del 70% nel 2050, il che significa che l’uso dell’acqua aumenterà del 19%. Il consumo globale d’energia, nel 2050 salirà del 60%. Uno studio dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) sostiene che il 40% della popolazione mondiale si troverà ad abitare in regioni con problemi di scarsità d’acqua nel 2050. L’Egitto è tra questi. E si aggrappa ai trattati firmati nel secolo scorso che lo rendono ancora il dominus sulle acque del Nilo. Sappiamo che con gli accordi del 1929 e del 1959, sponsorizzati dal governo inglese, si è garantito al Cairo il diritto annuale a 55,5 miliardi metri cubi d’acqua sugli 84 miliardi che scorrono nel Nilo, mentre al Sudan ne sono toccati 18,5. Nel 1999, con l’Iniziativa di bacino del Nilo (Ibn), promossa dalla Banca mondiale, si è tentato di trovare soluzioni alternative a quelle di un braccio di ferro pericoloso e controproducente tra i paesi rivieraschi. Il presidente egiziano dell’epoca, Hosni Mubarak, per rassicurare la popolazione, aveva minacciato che «ogni tentativo di limitare le risorse idriche dell’Egitto è equivalente a una dichiarazione di guerra».

Il documento ha aperto la porta, di fatto, a un approccio liberista, fondato sulla logica di mercato che favorisce gli interessi delle grandi corporazioni e non delle piccole comunità locali.

Poi, il 14 maggio del 2010, nell’ambito delle iniziative dell’Ibn alcuni paesi rivieraschi hanno firmato l’accordo sulla redistribuzione delle risorse del Nilo, chiamato “Accordo quadro di cooperazione sul bacino del Nilo”. L’Egitto e il Sudan non l’hanno sottoscritto. Questo trattato è stato un brusco risveglio dalla pigrizia di una politica estera egiziana che ha a lungo sottovalutato il potenziale dei paesi del bacino.

 

Le disattenzioni di Mubarak

Mubarak durante la sua lunga presidenza (1981-2011) è stato inattivo sul tema sia negli interventi interni sia in quelli di politica internazionale. Il vuoto d’iniziative è stato riempito, invece, da altri paesi, soprattutto non africani, che hanno implementato una strategia aggressiva d’accaparramento di terre a uso agricolo (vedi la Cina, l’India, i paesi del Golfo e Israele). Terra, acqua e mano d’opera a basso costo per garantire la sicurezza alimentare ai propri paesi. La conseguenza sarà che l’uso dell’acqua per fini agricoli in paesi a monte del Nilo aumenterà sicuramente ed inevitabilmente si ridurrà quella nel nord Sudan e in Egitto. Il nuovo presidente egiziano Morsi, o chi per lui, non potrà più dribblare il problema sostenendo la strategia dell’indifferenza o della minaccia. Non a caso, appena insediato, il neo-presidente ha subito visitato l’Etiopia per partecipare al Summit africano del 15-16 luglio 2012. L’ultima volta che un presidente egiziano (Mubarak in questo caso), aveva visitato quel paese è stato poi vittima d’un grave attentato, nel 1985.

La tesi del Cairo è sempre stata limpida: le nazioni a sud del bacino non hanno bisogno delle acque del Nilo per fini legati all’irrigazione, visto che le piogge, pur in forma irregolare, costituiscono una risorsa idrica sicura in quelle aree. La necessità dell’utilizzo è legata, invece, alla produzione d’energia idroelettrica. La stabilità e prosperità economica crescente degli ultimi anni ha generato un pullulare di centrali idroelettriche in paesi limitrofi. L’Etiopia ha dichiarato di non onorare più il veto imposto dall’Egitto e ha dato il via alla costruzione della più imponente diga in Africa, la “Grande diga della Rinascita”. Perché il bacino possa essere riempito ci vorranno tre anni, nei quali la portata dell’acqua del fiume verrà ridotta del 25%. Questa diga, di fatto, cancellerà la principale ragione per cui la diga d’Assuan venne fatta costruire dall’allora presidente egiziano Gamal Abdel Nasser: creare sul proprio territorio una riserva idrica controllandone il flusso e l’uso.

Purtroppo, il rischio è che i problemi che nasceranno con la diga d’Assuan non saranno presi in considerazione da Addis Abeba. Ipocrita è l’insistenza egiziana di rendere pubblici gli studi imparziali sull’impatto ambientale della diga etiopica: già si possono intuire osservando gli effetti generati dalla diga d’Assuan. Quest’ultima è in funzione da oltre 43 anni. La costruzione ha interrotto le inondazioni estive e il rinnovo del terreno fertile. Da una parte, la diga ha mitigato gli effetti delle carestie passate, di cui invece l’Etiopia ha sofferto gravemente. Allo stesso tempo, però, ha creato problemi più gravi. Il processo d’evaporazione d’acqua nel lago, creato dalla diga, ha di fatto ridotto la capacità idrica del fiume, che riceve le acque delle piogge in novembre ma poi le usa per l’irrigazione in agosto-settembre dell’anno successivo; la perdita annuale è stimata dai 10 ai 16 km³ d’acqua.

 

Fiume malato

La salinità del Nilo è pericolosamente aumentata, particolarmente nel delta. Ciò è dovuto alla diminuzione di forza del flusso del fiume, che ha permesso alle acque salate del Mediterraneo di penetrare le terre prima irrorate da acqua dolce. Un fenomeno che ha avuto ripercussioni negative sull’industria della pesca e dell’agricoltura locale. L’acqua, spesso ferma nei canali adiacenti al fiume, ha creato la diffusione di patogeni fungini e conseguentemente l’espansione dell’uso di pesticidi. La stagnazione delle acque a monte della diga ha ridotto la disponibilità di limo, un fertilizzante naturale, e ha aumentato un uso spregiudicato di fertilizzanti industriali che si riversano nel fiume insieme ai pesticidi. Inoltre, la mancanza di limo, trattenuto dalla diga, ha portato a un’erosione della regione del delta di circa 10 metri ogni anno.

Si stima che in Egitto solo il 60% dei liquami sia canalizzato nel sistema fognario, statistica che scende al 40% nelle zone agricole. Un dato che può spiegare le 17.000 morti infantili annuali per dissenteria. Il trattamento delle acque potrebbe prevenire buona parte di questi problemi, come succede nei paesi sviluppati, ma i costi sono inaccessibili per un paese povero. Alla fine, per la mancanza di controlli e sanzioni, tutto confluisce nel fiume e dal Nilo nel Mediterraneo. Si calcola che ci siano circa 700 industrie di grandi dimensioni che rilasciano i loro rifiuti tossici direttamente nel fiume.

A questo punto, sono urgenti soluzioni non solo a monte della diga, ma anche a valle. Una, per esempio, è la sostituzione di colture che prevedono un uso massiccio di acqua – come il riso nella regione del delta – con quelle meno invasive, come il frumento. A oggi, l’Egitto, grande consumatore di prodotti cerealicoli è l’importatore più rilevante al mondo di frumento. Ci deve essere un uso più virtuoso dell’acqua che spesso è sprecata in un sistema d’irrigazione tanto antiquato quanto inefficiente. L’Egitto non può chiedere il privilegio di porre il veto ai paesi a monte se poi non crea le condizioni per un uso ecologico virtuoso delle acque.

Gli accordi internazionali devono essere impostati su criteri di cooperazione e di vedute lungimiranti. Al Forum mondiale sull’acqua, svoltosi a Marsiglia nel 2012, i rappresentanti di molte nazioni hanno stilato una serie di dichiarazioni che, per quanto accattivanti, purtroppo rischiano d’essere sepolte dentro quel cimitero di buone intenzioni dove giace parte degli Obiettivi del Millennio. 

In controtendenza, nella stessa data e località, si è pure svolto il Forum alternativo mondiale sull’acqua nel quale hanno partecipato molte associazioni, movimenti e cittadini che si oppongono a una logica di mercato che pensa di sfruttare l’acqua solo come bene privato e non la vive come proprietà universale. A questo Forum ha fatto seguito una dichiarazione delle organizzazioni africane nella quale si afferma che l’acqua è fonte di vita, non di profitto. Solo sulla base di questa risoluzione è possibile costruire uno scenario diverso da quello che le statistiche inesorabilmente pronosticano per una fiume e per una data: Nilo 2050.