EDITORIALE – GIUGNO 2018

La rivoluzione copernicana della missione, così titola il dossier di Nigrizia di questo mese. Non è una esagerazione. Fino a non molto tempo fa si pensava che il compimento del mandato di Gesù – «Andate e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo…» (Mt 28, 19) – significasse l’esportazione tout court del cristianesimo occidentale in tutto il mondo. Nell’era coloniale del secolo scorso, missionari e missionarie partivano per terre lontane convinti di portare oltre alla fede cristiana anche una “civiltà superiore” chiamata a soppiantare le culture locali e trasmettere l’unica vera religione, incompatibile con le altre tradizioni religiose.

Queste convinzioni cominciarono a scricchiolare con il processo di decolonizzazione, a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale. La lotta per l’indipendenza delle giovani nazioni andava di pari passo con la riscoperta graduale del valore delle culture locali e l’apprezzamento delle religioni dei popoli. Istanze come queste sono state assunte in modo particolare dal concilio Vaticano II che fece sua l’idea della pari dignità di ciascuna cultura, terreno fertile per l’inculturazione della fede cristiana, e la necessità del dialogo con le religioni dove sono presenti i “semi del Verbo”. Non è pensabile – ne siamo convinti – che Dio nel suo piano voglia la soppressione delle religioni del mondo, via per lasciare posto soltanto al cristianesimo. La perdita del patrimonio di sapienza e spiritualità di religioni millenarie sarebbe certo un impoverimento per tutta l’umanità.

Siamo testimoni del capovolgimento di prospettiva della missione, simile appunto a una rivoluzione copernicana. Purificata da pregiudizi e motivazioni ideologiche la missione evangelizzatrice della Chiesa rivolta ai popoli (ad gentes) ne esce rinnovata. E rimane essenziale per tutti nella Chiesa, in modo più diretto per missionari come noi, fondati da san Daniele Comboni con lo scopo esclusivo della evangelizzazione dei popoli. Tenendo saldi alcuni punti, come il dialogo interreligioso.

Secondo la testimonianza del missionario gesuita Yves Raguin, «l’incontro delle altre religioni con la persona di Gesù porta a una trasformazione profonda sia nelle religioni che nel cristianesimo», a beneficio di entrambe. E la centralità dei poveri nell’annuncio del regno di Dio. «La missione è più semplicemente la partecipazione dei cristiani alla missione liberatrice di Gesù, scommettendo su un futuro che l’esperienza verificabile sembra smentire. È la buona notizia dell’amore di Dio, incarnato nella testimonianza della comunità, per il bene del mondo». Così il teologo protestante David Bosch.

Concilio Vaticano II
È una riunione di tutti i vescovi del mondo, iniziata l’11 ottobre del 1962 a Roma, in cui vennero discussi i rapporti tra la Chiesa e la società moderna. Il concilio durò – in quattro successive sessioni – fino al 1965, e fu il più grande tentativo compiuto dalla Chiesa cattolica di modernizzarsi.

Con il concilio cambiarono dei tratti fondamentali della liturgia, come ad esempio la partecipazione attiva dei fedeli a una messa celebrata nella lingua nazionale e non più in latino e alla lettura e scelta dei testi. Ci furono anche cambiamenti dottrinali, ma soprattutto culturali, nella direzione di un maggiore avvicinamento alla società laica. Il decreto dedicato all’attività missionaria, Ad gentes, rimane un punto fermo del concilio. Tratta dell’attività missionaria della Chiesa. Invita i missionari a una sempre maggiore inculturazione, esortandoli a vivere con i popoli. Incoraggia il coordinamento tra i missionari e le altre organizzazione umanitarie che lavorano in paesi di missione.

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