Kenya / Economia
In Kenya nell'arco di pochi mesi tre banche hanno dovuto chiudere a causa di una gestione “allegra” dei capitali. Nel paese, la situazione, tra arresti per corruzione e illeciti bancari, non è delle più rassicuranti. Le norme per impedire tutto ciò esistono, ma non vengono applicate

Sono collassate una dietro l’altra, svuotate di liquidità. In soli otto mesi, da agosto 2015 ad aprile 2016, tre banche, in Kenya, sono passate sotto l’amministrazione controllata – a 12 mesi – della Banca centrale (Cbk), guidata, da giugno 2015, dal nuovo governatore, Patrick Ngugi Njoroge.

La prima a chiudere, il 14 agosto scorso, è stata la piccola Dubai Bank, per “violazioni di leggi e regolamenti bancari, tra cui insufficenza di mantenimento di adeguati capitali di liquidità, disposizioni irregolari di crediti e deboli strutture di governo societario”. Stessa sorte è toccata, esattamente due mesi dopo, alla Imperial Bank, istituto di medie dimensioni, posizionato, solo tre anni fa, al diciannovesimo posto, per capitale, tra le quarantatre banche commerciali accredititate in Kenya. Anche in questo caso, a prosciugare le casse dell’istituto sono stati anni di “allegri” movimenti di importanti somme in denaro e “creative” aperture di conti fantasma, coperti da bilanci fasulli. In manette sono finiti quattro dirigenti, accusati di cospirazione per frode attraverso schemi criminali e falso in bilancio.
Gli echi del “ciclone Imperial” non si erano ancora spenti quando, la mattina del 6 aprile, anche i correntisti della Chase Bank Kenya, hanno trovato porte serrate e sportelli Atm spenti. Due giorni dopo, agli arresti sono finiti due dirigenti di Chase, ma anche sei vertici della National bank of Kenya (Nbk). L’istituto, in mano per il 48,05% all’agenzia governativa National social security fund (Nssf) e per il 22,50% al ministero delle Finanze, ha registrato, all’ultimo consuntivo, 1.2 miliardi di dollari di perdite.

Nairobi al centro di attività illecite
Ad indagare su casi di corruzione ed evasione fiscale è ora anche la Kenya revenue authority (Kra, il corrisispettivo della nostra agenzia delle Entrate) che sta settacciando i movimenti della National Bank e di altri istituti – Commercial Bank of Africa e Cooperative Bank -. L’emorralgia è in atto da tempo e ci sono segnali che indicano che la messa in liquidazione dei tre istituti non abbia chiuso la ferita. Uno di questi, è il recente annuncio del gigante londinese Barclays, della cessione del 62,3% delle proprie azioni in Baclays Africa Group nell’arco dei prossimi tre anni. La multinazionale, insomma, ha deciso di lasciare il continente. Daltronde, il fatto che Nairobi rappresenti il cuore finanziario dell’intera Africa orientale, unito all’instabilità politica e sociale di paesi vicini come Somalia, Sud Sudan ed Etiopia, fa del Kenya un centro perfetto per il lavaggio di denaro proveniente da traffico di droga e armi, ma anche di soldi provenienti da attività illecite extra-africane. 

Norme presenti ma inapplicate
Sotto la spinta della minaccia terroristica il paese si è dotato di avanzate normative contro il riciclaggio di denaro sporco, ma non di un efficente sistema che ne imponga l’applicazione. Il fatto che per i banchieri disonesti la prospettiva del carcere per illeciti bancari in Kenya sia rimasta per lungo tempo un miraggio – evidenzia il rapporto dal titolo “Bank and dirty money” (Banche e denaro sporco), pubblicato nel 2015 dall’organizzazione Global Witness – rappresenta un incentivo istituzionale che favorisce il riciclaggio e il sistema della corruzione su larga scala.
Gli auspici di un’inversione di rotta in questo settore (e per i migliaia di correntisti frodati, anche le speranze di recuperare il proprio denaro) sono riposti tutti, ora, nella figura del nuovo governatore della Banca centrale, Patrick Njoroge. Filosofo ed economista laureato a Yale, residente negli Stati Uniti per gran parte della propria vita e legato alla congregazione cattolica dell’Opus Dei, Njoroge è visto da molti come l’unico in grado di contrastare un sistema che rischia di mettere in ginocchio l’intero paese.
Ma Njoroge rappresenta anche una figura scomoda per alcuni poteri forti. Lo dimostrano le accuse di connivenza con le “dirty banks”, lanciate l’11 aprile scorso dal comitato finanza del Senato che ha chiesto alla polizia criminale di indagare sull’attuale governatore e sul vecchio gruppo dirigente.