Il punto di vista di un missionario saveriano

Aprirsi alle vocazioni africane implica che gli istituti sviluppino una spiritualità dell’alterità, da declinare nella vita comunitaria.

La nostra esperienza di convivenza interculturale in Africa come saveriani,  non ha che trent’anni. Per lungo tempo il nostro istituto ha ritenuto di non dover accogliere le vocazioni africane locali e neppure quelle asiatiche per rispetto alle Chiese locali che avevano bisogno di mettere in piedi il proprio clero locale. Non era difficile comprendere che le migliori vocazioni sarebbero venute da noi e questo non ci pareva né buono né giusto.

Per quanto già il nostro fondatore, san Guido Maria Conforti, avesse previsto di accogliere tra i saveriani le vocazioni cinesi, convinto che nessuno meglio di loro avrebbe potuto contribuire alla evangelizzazione del popolo cinese, tuttavia noi abbiamo atteso lungamente. È solo quando Roma, alla fine degli anni ’70, invitò a procedere al reclutamento delle vocazioni locali, che anche noi ci decidemmo ad aprire i noviziati in Africa e in Asia, come già li avevamo aperti in America Latina. Fu una decisione difficile perché eravamo coscienti delle difficoltà che avrebbero accompagnato quest’apertura sia a livello di formazione che di successiva convivenza.

Alla base delle nostre esitazioni, infatti, c’era il timore di non aver un numero sufficiente di formatori all’altezza del nuovo compito e, inoltre, la paura di non essere in grado di vivere domani un’autentica fraternità. Un istituto che parte dall’Italia con il progetto di raccogliere vocazioni (cosa assolutamente disdicevole), si lancia a corpo morto in questo campo, perché, non sapendo quello che l’aspetta, non può avere alcun pregiudizio. Ma chi comincia a reclutare dopo una ventina d’anni di missione, non può nascondersi i rischi connessi all’operazione: poca conoscenza delle persone e quindi difficoltà di formulare dei giudizi di idoneità, visioni diverse dell’autorità e dell’obbedienza, degli obiettivi della missione, dell’uso del denaro, fino al rischio di divisioni interne, come è accaduto in qualche congregazione missionaria in Asia.

Queste esitazioni e queste paure hanno caratterizzato il tempo della decisione e sono state una palla al piede. Finalmente dopo averne trattato apertamente nelle comunità, all’inizio degli anni ’80 la direzione generale che presiedevo, diede il via al reclutamento delle vocazioni locali in due regioni, la Repubblica democratica del Congo (allora Zaire) e l’Indonesia, missioni nelle quali eravamo presenti da oltre venti e trent’anni rispettivamente. Oggi abbiamo confratelli provenienti da tutte le regioni saveriane, in cui siamo presenti, eccetto la Cina e il Giappone.

 

Sensibilità nuova

L’internazionalizzazione dell’istituto è oggi un dato di fatto che deve diventare un dato di diritto, che deve cioè essere assunto nello spirito dell’istituto. Essa suscita apprezzamenti diversi: chi la vede un beneficio, chi come un beneficio iuxta modum, chi la considera un male inevitabile, chi, per fortuna molto pochi, la ritiene una sventura. Tutti, però, guardano l’internazionalizzazione come una novità che non ha ancora rivelato del tutto sé stessa. Davanti a questa variegata valutazione, il nostro ultimo Capitolo generale (2013) ha fatto il punto, senza nascondersi pregi e difetti e, siccome questi ultimi fanno più problema dei primi, è di questi che più si è parlato. (…)

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