Crisi nella Repubblica Centrafricana
Dopo che le Nazioni Unite sono scese in campo con la missione Minusca per dare il cambio a quella fallimentare dell’Unione Africana (Misca), tutti sperano in una soluzione al conflitto. L’arcivescovo di Bangui, Nzapalainga, però avverte: “dobbiamo volerla noi centrafricani”.

Tornerà la pace nella Repubblica Centrafricana? (Foto da Obiettivomondo.it)Se lo chiedono e lo auspicano milioni di cittadini che da anni vivono nel terrore di una guerra civile senza precedenti in una nazione che è stata, sì, attraversato da numerosi colpi di stato e da tirannie, come quella dell’imperatore Bokassa, ma che mai ha vissuto una guerra civile dai risvolti anche religiosi. Si tratta, infatti, di in un paese in cui l’85%  della popolazione è cristiana.
Ora tutti sperano e guardano alla missione di peacekeeper dell’Onu (la Minusca) che sta gradualmente dando il cambio alla Missione di supporto dell’Unione Africana (Misca) che, rafforzata da 2000 soldati francesi, dalla fine del 2013 aveva tentato invano di riportare la pace in Centrafrica. Migliaia sono state le vittime, i mutilati, gli orrori. Una guerra che si è trasformata in una sorta di pulizia etnica. Una crisi cominciata all’inizio del 2013 quando la coalizione Seleka, composta soprattutto da musulmani aveva preso il potere in modo cruento. La situazione precipita nell’estate dello stesso anno quanto una coalizione avversa, chiamata Anti-Balaka, e costituta da cristiani avviò la rappresaglia, che si trasformata ben presto in una vera e propria pulizia etnica. L’intervento francese non ha risolto la situazione anche perché, e la Francia non è ha fatto mistero, l’obiettivo chiave della missione era proprio quello di proteggere i giacimenti di uranio di Bakouna, proprietà della transnazionale Areva e della China Guandong Nuclear Power Company. Si tratta di una delle principali miniere al mondo per l’estrazione del prezioso minerale. L’arrivo della missione della Ua, non è stato molto efficace anche se l’arcivescovo di Bangui, monsignor Dieudonné Nzapalainga, non ha nascosto la sua riconoscenza per questa missione, «se non ci fosse stata la Misca avremmo conosciuto il peggio», ha detto.

Adesso tocca all’Onu che arriva nel paese centroafricano dopo un anno e mezzo dallo scoppio della crisi, non certo un modello di efficienza e tempismo. Gli effettivi della Minusca, oggi 7600, dovrebbero arrivare a 12mila uomini. Uno sforzo enorme in termini di impiego di uomini. Rimane, tuttavia, la domanda: riuscirà l’Onu a ristabilire ordine e pacifica convivenza in un paese, ormai, segnato fino nell’anima da odi e rancori?

L’arcivescovo di Bangui spiega così la situazione: «Le forze dell’Onu potrebbero anche essere un miliardo o anche di più, ma se i centrafricani non prendono coscienza che questo Paese ci appartiene, che siamo chiamati a vivere insieme, anche se fossero un miliardo i soldati dell’Onu non riuscirebbero a fare nulla». Parole amare. Sentito da Christelle Pire per Radio Vaticana, monsignor Nzapalainga ha spiegato con chiarezza che oggi i centrafricani non devono “sbagliare nemico”, e il riferimento è alla missione francese il cui intervento ha provocato manifestazioni e malumori nella popolazione. «Il primo nemico siamo noi centrafricani – ha proseguito l’arcivescovo di Bangui – quando cominciamo a seminare l’odio, la vendetta, quando cominciamo a diffamare: questo è il nemico che dobbiamo combattere». Il presule non nega che nelle missioni francesi e dell’Ua vi siano stati dei limiti e che, come scontato, non hanno saputo risolvere tutti i problemi del paese, ma non crede nei capri espiatori, oggi «noi, come centrafricani dobbiamo ricominciare daccapo. Quello che è accaduto ormai è accaduto. Ora in prima linea ci siamo noi, i centrafricani».