Sud Sudan
Nonostante la firma dell’accordo di pace dello scorso agosto, che ha posto fine alla guerra civile, la situazione rimane preoccupante. Emergenze alimentari, combattimenti e colpi di mano presidenziali rendono impronunciabile la parola “riconciliazione”.

Ieri è stato diffuso un drammatico comunicato di Unicef, Fao e Wfp sulla situazione dell’accessibilità al cibo e sui problemi nutrizionali. L’appello chiede prima di tutto l’accesso umanitario in tutto il paese. Sacche di popolazione non possono ancora adesso essere raggiunte dai soccorsi e sono ormai allo stremo.

Lo stato di Unità si trova nella situazione più grave. Combattimenti sono ancora in corso nelle contee meridionali e soprattutto attorno alla città di Leer, luogo di nascita di Riek Machar, ex vice presidente e ora leader dell’opposizione armata, Splm-Io. Secondo un’analisi sulla situazione alimentare, fatta dall’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), nella parte meridionale di Unità 30.000 persone stanno morendo di fame. Ma altre centinaia di migliaia si trovano in una condizione di grave emergenza alimentare negli stati devastati dal conflitto, Unità, Jonglei e Alto Nilo, e anche nel Bahr el Gazal Settentrionale e in altre zone del paese.

In questi stati anche il livello di malnutrizione dei bambini sotto i 5 anni è ben superiore alla media registrata in altre situazioni del genere. Complessivamente la sicurezza alimentare nel paese è peggiorata dell’80% rispetto allo scorso anno in questo stesso periodo. Gravissime sono anche le violazioni dei diritti umani rilevati negli ultimi due mesi, soprattutto nelle contee meridionali di Unità. Scalpore hanno fatto i rapporti della missione di pace, Unmiss, sulle condizioni delle donne e delle bambine, rapite, violentate ridotte in schiavitù a migliaia, quando invece il paese avrebbe dovuto già essere sulla via della riconciliazione.

Qualche giorno fa, l’attenzione era puntata sul clamoroso licenziamento in tronco di Luka Biong Deng, noto intellettuale e politico sud sudanese originario di Abyei (regione petrolifera contestata tra il Sudan e il Sud Sudan), dal suo posto all’università di Juba, dove dirigeva anche il Centro studi per la pace e lo sviluppo. Il provvedimento sarebbe stato deciso dal presidente Kiir in persona. La causa sarebbe una conferenza organizzata da Luka Biong all’università per analizzare il discusso ordine presidenziale che suddivide il Sud Sudan in 28 stati, invece dei 10 elencati nella carta costituzionale e sui quali si basavano gli accordi di condivisione del potere tra governo ed opposizione, firmati solo alla fine di agosto. A rincarare la dose, il presidente ha successivamente minacciato misure punitive a chi tradisce il paese con le sue attività, evidentemente con l’intento di chiudere una volta per tutte l’aspro dibattito sul decreto di riorganizzazione dello stato.

Decisioni unilaterali

Il cambiamento radicale e deciso unilateralmente della carta amministrativa del Sud Sudan è stato contestato da tutta l’opposizione, armata e politica, da molte organizzazioni della società civile sudsudanese e dalla comunità internazionale, non solo per la sostanza del provvedimento, che divide il paese strettamente su base etnica, ma anche per le modalità (il decreto presidenziale) che non ha rispettato i dettami costituzionali e ha tagliato fuori tutta l’opposizione da un dibattito di enorme importanza per il futuro del paese.

Ad aggiungere preoccupazione a preoccupazione, nelle scorse settimane si sono avuti gravi incidenti negli stati della regione dell’Equatoria Occidentale, finora complessivamente non toccati dall’instabilità e dall’insicurezza che invece caratterizzano le altre aree del paese. L’Equatoria Occidentale era lo stato più stabile del paese fino alla sostituzione, per decreto, del governatore eletto, Joseph Bangasi Bokosoro, con uno di nomina presidenziale. Sotto accusa è l’esercito governativo che, provocato da bande armate non meglio identificate (almeno questa è la versione ufficiale) avrebbe raso al suolo diversi villaggi, massacrando decine di civili e costringendone migliaia alla fuga.  Centinaia sono gli sfollati dalle contee di Maridi, Mundri e Yambio arrivati nei giorni scorsi a Yei, nell’Equatoria Centrale, ma la maggior parte sarebbe ancora alla macchia, e dunque l’afflusso potrebbe essere ben maggiore.

In questo contesto si colloca, infine, un’altra decisione che potrebbe avere pesanti conseguenze: lo scioglimento degli organi statutari del partito, tranne l’ufficio di presidenza, deciso dal Consiglio nazionale dell’Splm, cui ha partecipato solo la fazione che sostiene il presidente Kiir, a sancire la spaccatura, ormai insanabile, tra i vari gruppi che, pur in conflitto, continuano a identificarsi nel movimento di liberazione del paese, l’Splm, tenendone il nome. La fazione governativa terrà un altro consiglio nazionale prossimamente, il 16 novembre secondo le dichiarazioni ufficiali, per ratificare la nomina dei vari organi istituzionali, delegata all’ufficio di presidenza, almeno pare di capire.

Il paese sta subendo una chiara e veloce involuzione autoritaria che nulla di buono fa presagire sul suo futuro. Ne è segno anche la decisione degli oppositori, sia dell’Splm-Io di Machar che dell’Splm-G10 (cui fanno riferimento i politici di peso incarcerati all’inizio della guerra civile e poi liberati per le pressioni della comunità internazionale), di continuare a vivere in esilio, nonostante la firma di un accordo di pace vecchio ormai di due mesi e le pressioni della comunità internazionale. Evidentemente non credono che l’accordo possa avere vita lunga.

Campo profughi nell’area di Abyei nel nord del paese (enough project).