Il progetto di Reporter senza frontiere valuta l'impatto della pandemia sul giornalismo

È un periodo duro per i giornalisti. Almeno per quelli che interpretano il mestiere come servizio pubblico e il cui obiettivo non è fare da cassa di risonanza ai potenti ma, al contrario, controllare che le azioni di questi potenti non calpestino diritti e bisogni. La Cpj (Commitee to protect journalists) dai primi di febbraio sta tenendo aggiornato l’elenco delle violazioni nei confronti della stampa, elenco che sta evidenziando il rapporto diretto tra restrizioni messe in atto per arginare la pandemia e abusi sui rappresentanti dei media. Censure, maltrattamenti, arresti, detenzioni arbitrarie che hanno l’evidente scopo di evitare che si metta in discussione la gestione della pandemia da parte dei governi, che si alimenti qualsiasi critica o che si cerchi di indagare sull’uso delle forniture o dei fondi provenienti dall’estero.

A seguire i puntini sulla mappatura di CPJ si comprende subito che (insieme con paesi asiatici) una delle aree più critiche è il continente africano. Secondo l’organizzazione che si occupa della protezione dei giornalisti, dall’inizio della pandemia ci sono stati più di 20 incidenti rilevanti, con attacchi alla libertà di stampa in 13 diversi paesi africani. L’Ipi (International Press Institute) segnala invece 70 violazioni (solo in Africa) legate alla copertura della pandemia.

Zimbabwe, vietate le inchieste

Uno degli ultimi casi, che ha smosso anche la comunità internazionale, è stato quello di Hopewell Chin’ono, giornalista investigativo zimbabwano che aveva denunciato atti di presunta corruzione del ministero della salute nelle forniture per combattere il coronavirus. Per lui l’accusa di incitamento alla violenza. Un arresto che il suo avvocato non aveva esitato a definire un vero e proprio rapimento. Il giornalista aveva trasmesso in diretta il suo arresto prima di essere costretto a mettere giù il telefono. Va detto che si trattava di una denuncia reale visto che lo stesso presidente, Emmerson Mnangagwa, all’inizio di luglio ha licenziato il ministro Obadiah Moyo per «condotta inappropriata». Uno scandalo da 60 milioni di dollari di fornitura di medicinali. Ma pare che il governo dello Zimbabwe preferisca lavare i panni sporchi tra le quattro mura del palazzo istituzionale. Vietato parlare, vietato scrivere e anche vietato scendere in piazza per protestare. Il 31 luglio è stata un’altra giornata da dimenticare per i cittadini di questo paese. Le proteste contro il governo, organizzate già da qualche giorno, sono state affrontate con violenza dalle forze di sicurezza. Moltissimi gli arresti, tra questi la nota e pluripremiata scrittrice Tsitsi Dangarembga.

Altro caso che lascia capire il livello della criminalizzazione verso i giornalisti che stanno provando a mettere in luce gli abusi di chi sta utilizzando la pandemia per arricchirsi o avocare a sé più poteri, è quello del giornalista somalo Abdiaziz Ahmed Gurbiyem condannato a sei mesi di carcere con l’accusa di aver diffuso notizie false. Abdiaziz – vicedirettore di Goobjoog Media Group – era stato arrestato per aver pubblicato alcuni post su Facebook che criticavano la risposta del governo somalo alla pandemia di Covid-19.

Libera disinformazione

Anche Reporter Senza Frontiere sta tenendo un’aggiornata mappatura dei casi di violazione delle libertà di stampa e di espressione, con minacce verbali e violenze fisiche, detenzioni e censure. Si chiama #Tracker_19, chiamata così in riferimento non solo a Covid-19 ma anche all’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani (quella sulla libertà di opinione e di espressione, appunto). Un progetto il cui scopo è valutare gli impatti della pandemia sul giornalismo. Impatti visibili, senza dubbio, tra censure statali – anche sotto forma di arresti o chiusura di testate – e disinformazione deliberata e violazione, quindi, del diritto a notizie e informazioni affidabili, fondamentali soprattutto in periodo di crisi sanitaria.

Alcuni altri casi vanno citati per dare la misura di quanto sta accadendo nel continente. In Guinea Equatoriale alcuni giornalisti di un programma di attualità, Buenos días Guinea, in onda su una tv privata, Asonga tv, sono stati sospesi per aver mostrato alcuni soldati mentre picchiavano un uomo reo di non rispettare il lockdown. In Ciad una troupe televisiva è stata assalita da agenti dell’Unità di intervento mobile della polizia semplicemente perché cercava di documentare le misure restrittive volute dal governo.

In Tanzania, a Talib Ussi Hamad, reporter di Tanzania Daima, è stato vietato di scrivere per sei mesi, gli è stata comminata una multa e obbligato a pubbliche scuse. Tutto questo solo per aver messo in dubbio la correttezza di procedimenti medici nei confronti di un paziente. Ma il governo del presidente John Magufuli – che da tempo rifiuta di dare cifre sulla diffusione della pandemia e ha bollato il Covid-19 come un attacco imperialista – ha al suo attivo molte azioni di questo genere nei confronti di media, costretti a chiudere o ad autocensurarsi, e di giornalisti minacciati o arrestati. In Liberia, che di fatto ha sospeso il diritto alla libertà di parola come parte dello stato di emergenza imposto in aprile, ci sono state numerose segnalazioni di intimidazioni a giornalisti. Lo stesso è avvenuto in Nigeria.

Non solo gli stati autoritari

Ma quello che salta agli occhi è che il bavaglio alla stampa negli ultimi mesi non è un problema circoscritto agli stati più autoritari. Anche in alcuni dei paesi più democratici del continente si continuano a registrare atti di repressione. In Ghana, va segnalato il caso (anche se non è l’unico) di Yussif Abdul Ganiyu, corrispondente della Deutsche Welle e manager di radio Zuria FM, assalito a colpi di randello mentre cercava di lavorare alle sue corrispondenze tra le strade di Kumasi. E l’annunciato video reportage del noto giornalista investigativo Anas Aremeyaw Anas sulla distrazione dei fondi per combattere la pandemia in Ghana non è ancora andato in onda (è stato trasmesso dalla Bbc solo il primo dei due reportage annunciati, quello sui falsi medicinali per curare il Covid-19, che di fatto non riguarda malversazioni del governo ma singoli truffatori).

Una delle questioni più serie che in Africa sta mettendo in serio pericolo la stampa e la sua autorevolezza, è un giochino messo in piedi da molti paesi e che consiste nella sistematica criminalizzazione di chi fa questo mestiere. Alcuni, come il Kenya, il Sudafrica – ma anche l’Algeria, per esempio, per quanto riguarda il Nordafrica – hanno votato leggi contro le “fake news” e quella che definiscono “disinformazione”. La verità è che quella che alcuni governi reputano disinformazione è solo il tentativo di andare a verificare cosa accade nei palazzi e come sono gestiti fondi, forniture e strutture. Tali legislazioni sono particolarmente preoccupanti perché rimarranno anche dopo che la minaccia Covid-19 sarà diminuita o finita.

E svalutare il ruolo dei media è un esercizio che stanno facendo in molti, dicevamo. In Namibia ha suscitato parecchie critiche l’annuncio di qualche settimana fa dell’ufficio di presidenza: il presidente, è stato reso noto, farà annunci solo sui canali mediatici della presidenza, aggirando i media mainstream. È da lì – da dirette in streaming – che i giornalisti apprenderanno le notizie, come qualsiasi altro cittadino. Un modo di comunicare che ormai si sta ampiamente diffondendo e che nega ai giornalisti l’approfondimento e il contraddittorio. Più che di stampa di regime ormai si tende alla stampa irreggimentata.