Mali / Dopo la riconquista

L’intervento militare francese ha consentito di togliere dalle mani degli islamisti le principali città del nord. Ora viene il difficile. Rimangono aperte, infatti, tre sfide: militare, politica e umanitaria.

L’11 gennaio scorso, l’aviazione francese ha bombardato una colonna di jihadisti che stavano per conquistare la città di Konna, 700 km a nord di Bamako, capitale del Mali. Nei primi giorni dell’operazione sono state bombardate anche le città di Timbuctù, Gao e Kidal, ciascuna in mano a uno dei tre gruppi della coalizione jihadista: Al-Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi), i salafiti di Ansar Eddine (Difensori della fede) e il Movimento per l’unicità del jihad in Africa occidentale (Mujao).

Secondo Eric Denécé, direttore del Centro francese di ricerca sull’informazione di Parigi, si è trattato di bloccare l’offensiva dei «terroristi» che volevano, scagliandosi verso il sud del paese, rendere impossibile la riconquista del nord, dove nel maggio del 2012 avevano dichiarato uno stato islamico.

Riassumendo il sentire generale, un ministro europeo ha dichiarato che senza l’intervento di Parigi non ci sarebbe più il Mali. Perché l’esercito maliano, demoralizzato, è molto meno equipaggiato dei ribelli (stimati in alcune migliaia), in possesso anche di centinaia di veicoli pick-up e in grado quindi di muoversi rapidamente. Se si fossero impossessati dell’aeroporto di Sévaré, vicino a Mopti, 630 km a nordest di Bamako, avrebbero impedito ai francesi di utilizzare una delle poche piste di atterraggio del paese.

Oggi sappiamo che l’operazione Serval (gattopardo africano, così è stata denominata l’azione militare) era prevista da mesi. Il presidente François Hollade aveva già insistito in sede Onu, nel settembre 2012, sulla necessità di un intervento di sostegno all’esercito maliano.

In origine, avrebbero dovuto essere i paesi dell’Africa occidentale a puntellare l’esercito di Bamako, intervenendo però non prima del settembre 2013. Ma l’attacco a Konna ha spinto il presidente maliano ad interim, Dioncounda Traoré, a sollecitare l’aiuto francese, del resto previsto negli accordi bilaterali. Intervento di fatto avallato il 10 gennaio scorso, nella riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che ha riconosciuto il diritto del Mali a cercare ogni assistenza possibile e che si è espresso per una rapida attuazione della risoluzione 2085, approvata dallo stesso Consiglio il 20 dicembre 2012. Anche se non cita apertamente la Francia, la risoluzione invita gli stati membri dell’Onu a supportare l’esercito maliano nel restaurare l’autorità dello stato sull’insieme del territorio, autorizzando lo spiegamento di una Missione internazionale di sostegno al Mali (Misma) sotto la guida francese e l’appoggio alla ricostruzione dell’esercito del paese saheliano da parte dell’Unione europea e di altri stati Onu.

 

A metà febbraio, a più di un mese dall’innesco dell’operazione Serval, i primi obiettivi sono stati raggiunti. Non solo l’offensiva jihadista è stata bloccata, ma nelle prime tre settimane sono state riconquistate le principali città del nord: Timbuctù, Gao e Kidal.

 

Detto questo, molti problemi rimangono aperti. Come ha dichiarato il ministro tedesco della difesa, Thomas de Mazière, ai primi di febbraio nel corso della 49ª Conferenza di Monaco sulla sicurezza, «l’intervento militare non può essere che l’inizio di un lungo processo verso la ricomposizione del conflitto: la superiorità militare in senso stretto non garantisce più oggi una soluzione durevole dei conflitti». (…)

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