Ocean grabbing e conflitti
Decine di migliaia di tonnellate di pesce vengono sottratte ogni anno al patrimonio ittico somalo e alle comunità locali, da pescherecci stranieri che operano privi di licenze o con permessi frutto di corruzione. Un commercio che minaccia la sostenibilità del settore, impoverendo ulteriormente il paese e fomentando instabilità e conflitti.

E’ risaputo che la pesca illegale è un grosso problema per la Somalia. Il paese ha 3.333 chilometri di costa, la piú lunga del continente, e la sovranità sul mare adiacente che arriva, per lo sfruttamento economico delle sue risorse, fino a 200 miglia nautiche, in linea con quanto stabilito dal diritto internazionale del mare. Le acque somale sono particolarmente pescose grazie a correnti marittime che vi facilitano la presenza di enormi quantità di plancton.

Con il collasso dello stato, nel 1991, il conflitto decennale tra i signori della guerra e la continua e perdurante instabilità, le acque del paese e il suo patrimonio ittico non sono stati in alcun modo protetti per decenni. Rapporti credibili calcolano che, nel corso degli ultimi trent’anni, siano stati sottratti all’economia somala milioni di tonnellate di pesce, per un valore medio annuo di non meno di 300 milioni di dollari.

Ma la pesca straniera non regolamentata nelle acque somale ha una storia anche più lunga. Secondo il rapporto Foreign illegal, unreported and unregulated fishing in somali waters perpetuates conflict (La pesca straniera illegale, non segnalata e non regolamentata nelle acque somale fomenta il conflitto), pubblicato lo scorso 6 dicembre dal Secure Fisheries Program dell’organizzazione statunitense One Earth Future, dura da almeno settant’anni e ha messo a rischio la stessa sostenibilità del settore.

Gli autori stimano che natanti stranieri abbiamo pescato 92.500 tonnellate di pesce solo nel 2014, l’anno target per la loro ricerca, almeno il doppio di quanto raccolto da quelli locali e nazionali. Negli ultimi anni la parte del leone nelle acque somale sarebbe stata fatta dagli iraniani, con il 48% delle risorse ittiche pescate da stranieri, e dagli yemeniti, con il 31%. Complessivamente il 79%. La pesca industriale con reti a strascico, sorprendentemente, non è così rilevante, solo il 6% del totale, perché si svolge sì al largo delle coste somale ma generalmente fuori dalle sue acque. Ció non significa che non provochi danni ingentissimi al patrimonio ittico dell’intera regione.

Questo stato di cose suscita grande risentimento nelle comunità somale che vivono di pesca. Secondo il rapporto, fomenta instabilità, e talvolta veri e propri conflitti, in diversi modi. Direttamente, a causa della competizione tra pescherecci somali e stranieri; creando rapporti con i pirati; per la distruzione del patrimonio ittico causata dalla pesca a strascico che innesca competizione sull’uso delle risorse sempre piú limitate; contribuendo a contenziosi tra le regioni costiere e il governo di Mogadiscio per il diritti di concedere licenze di pesca che valgono milioni di dollari; riducendo, nel lungo periodo, la sicurezza alimentare del paese e in particolare quella delle comunità costiere.

Le modalità dei conflitti causati dalla pesca straniera sono analizzate in un altro rapporto: Rough seas: the causes and consequencies of fishery conflict in somali waters (Mari agitati: le cause e le conseguenze dei conflitti per la pesca nelle acque somale), pubblicato alla fine di gennaio da Secure Fisheries, un altro programma dell’organizzazione One Earth Future.

Vi viene considerato il periodo che va dal 1990 al 2018 in cui sono stati segnalati 186 conflitti per la pesca, concentrati soprattutto in tre diversi periodi. Tra il  1998 e il 2000 erano scontri tra pescatori locali e stranieri; tra il 2007 e il 2010 erano dovuti alla pirateria; tra il 2014 e il 2015 la causa fu la ricomparsa dei pescherecci stranieri. Ma complessivamente la maggior causa dell’instabilità che caratterizza le acque somale è dovuta alla presenza di navi straniere, pescherecci, ma anche navi da guerra di diversi paesi che pattugliano la zona, ufficialmente in funzione antipirateria.

Nel rapporto si stigmatizzano anche le modalità con cui numerose compagnie straniere riescono ad ottenere le licenze di pesca. Secondo Shafi’l Hussein Muse, preside del dipartimento della pesca all’Accademia marittima di Berbera, in Somaliland, alcune «pescano senza avere nessuna licenza, mentre altre sono riuscite ad avere licenze rilasciate in modo illegale da funzionari corrotti, la maggior parte dei quali stanno ai ministeri della pesca, sia a livello statale che federale». Situazione ben conosciuta, per altro, anche in altri settori e altri paesi del continente. Difficile stabilire se la responsabilità più grande sia quella del corrotto o quella del corruttore.

Complessivamente le cause, e le conseguenze, della pesca illegale nelle acque somale non sono diverse da quelle che si evidenziano in altre zone. Ma la quantità di pesce che si trova nel mare somalo, seppur ridotto per le ragioni accennate sopra, e la difficoltà di controllare efficacemente un territorio marittimo vastissimo, lasciato senza alcuna protezione né legale né “fisica” per decenni, ha incoraggiato e incoraggia gli operatori del settore disonesti. Ma un altro fattore chiave è la mancanza di deterrente, dal momento che la struttura legale internazionale per perseguire i crimini legati alla pesca illegale è molto debole.

In definitiva, dicono le ricerche, con una dozzina di paesi che pescano illegalmente nelle acque somale – e lo stesso succede nelle acque di altri paesi africani – la comunità internazionale dovrebbe assumersi la responsabilità della situazione, prima di tutto rafforzando il quadro di riferimento legale e stabilendo percorsi certi per perseguire i crimini commessi.