Secondo una serie di analisi il 70-80% dei rifiuti solidi urbani in Africa subsahariana potrebbe essere riciclato, ma questo avviene solo per il 4% di essi

Sulle rive dei fiumi, nelle foreste, sulle spiagge e nelle pance dei pesci tirati a riva. E poi nei centri urbani, a ogni angolo di strada. La plastica è così, si intrufola, si abbandona, si dimentica lì, lasciandole il potere di distruggere l’ambiente. Oggi l’Unep (Programma dell’ambiente delle Nazioni Unite) lancia il grido d’allarme sull’Africa: i rifiuti in plastica, dice, sono una bomba a orologeria.

Una bomba che, a dire il vero, mostra già gli effetti delle sue piccole o grandi deflagrazioni. E li mostra soprattutto nella vita delle persone che sono ai margini, come racconta il recente report dell’agenzia Onu dal titolo Trascurati: impatti sulla giustizia ambientale dei rifiuti marini e dell’inquinamento da plastica.

I trascurati, o meglio i dimenticati, sono loro: i pescatori che l’inquinamento delle acque lo subiscono; quelli che nelle aree urbane frugano tra le montagne di rifiuti in plastica per rivenderne pezzi o parti al chilo a pochi soldi; quelle comunità vulnerabili che vedono cambiare la terra che coltivano. Gruppi di persone che non hanno accesso ai tavoli decisionali e che oggi Unep vorrebbe coinvolgere proprio nelle discussioni che riguardano l’approccio alla salvaguardia dell’ambiente.

Sempre secondo il Programma dell’ambiente delle Nazioni Unite più di 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani ogni anno, andando ad impattare la vita dei mari, la fauna marina, il turismo. L’80% dei rifiuti che finisce in mare – spiega l’Unep – sono costituiti da plastica. In termini economici si tratta di 8 miliardi di danni all’ecosistema marino a livello globale. A distruggere l’ambiente contribuiscono tutti e sembra che non se ne possa fare a meno.

Pensiamo solo – sempre parlando di Africa – all’importazione di cibi e prodotti esteri, a quel packaging che non si sa come riciclare. Pensiamo alle bottiglie di Coca cola o Fanta. E pensiamo, per rimanere “in casa”, all’acqua venduta in sacchetti. O a quelle buste nere che, per esempio in Ghana, servono per avvolgerci di tutto. Dal pesce al pane, all’ananas tagliata a pezzi. E poi rimangono a svolazzare, bloccate sui rami degli alberi o in mezzo a dune di sabbia.

Discariche

Si trovano nell’Africa subsahariana 19 delle 50 più grandi discariche al mondo. Molte di queste sono luoghi dove i rifiuti vengono bruciati per far posto a quelli in arrivo. Con evidenti danni al territorio e alla salute di chi vive anche a chilometri di distanza. Fiumi, rilascio di sostanze chimiche e, per la plastica in particolare, la produzione di inquinanti altamente tossici, come la diossina. Liberarsi così dei rifiuti è cosa comune anche nei villaggi rurali, dove se prima non si produceva altro che rifiuti organici, ora anche lì si accumulano importanti quote di spazzatura di altra natura: vetro, batterie, alimentatori, plastica, appunto.

Altra attività di smaltimento alla buona consiste nello scavare grandi fosse e “seppellire” i rifiuti. Inutile spiegare l’impatto del percolato su terreni vicini alle discariche improvvisate, terreni spesso utilizzati per le semine. Nonostante i pericoli per ambiente e comunità il riciclo dei rifiuti non è ancora strutturato e rimane a livelli bassi. Secondo una serie di analisi il 70-80% dei rifiuti solidi urbani in Africa subsahariana potrebbe essere riciclato, ma questo avviene solo per il 4% di essi.

E studi del 2019 e 2020 affermano che tra il 1997 e il 2017 sono stati importati circa 172 milioni di tonnellate di polimeri e materie plastiche per un valore di 285 miliardi di dollari. I dati collocano l’Egitto e la Nigeria tra i due principali paesi africani nella classifica delle importazioni, con rispettivamente 43 e 39 tonnellate.

Le leggi

34 su 54 stati del continente africano hanno votato leggi che vietano la plastica o norme che anticipano l’implementazione di tale divieto. Di questi 34 solo 16 ne hanno bandito totalmente l’uso, anche se la maggior parte non ha introdotto regolamenti per assicurarne il rispetto. Così, quello che è sulla carta non corrisponde sempre alla realtà.

Nel 2005 l’Eritrea fu il primo paese africano a muoversi in tal senso. La norma prevede il divieto di importazione, produzione, vendita o distribuzione di buste in plastica. Tra gli ultimi paesi che si sono dati una legge in materia ci sono il Kenya e il Senegal. Quest’ultimo, nel 2020, ha annunciato il divieto per le tazzine usa e getta e anche per i sacchetti in plastica contenenti acqua.

Quest’ultimo aspetto è una questione aperta – e di difficile soluzione – in molti paesi africani. La maggior parte dei cittadini usa singole confezioni di acqua vendute, appunto, in piccoli sacchetti. Un’ “abitudine” ma anche una necessità, visto che ancora gran parte del territorio – specialmente rurale – subsahariano è sprovvisto di acqua corrente (meno che mai potabile). L’acqua in sacchetti, invece, è sempre disponibile, a qualunque angolo, in qualunque villaggio, lungo i percorsi – fatti a piedi o con mezzi pubblici – per muoversi da un luogo all’altro o verso i grandi centri urbani.

Alcuni esempi positivi sono il Rwanda, la Tanzania e Zanzibar dove il divieto dell’utilizzo di borse di plastica pare stia davvero funzionando. Ma le campagne mondiali, come Beat Plastic Pollution, che hanno l’intento di mobilitare e sensibilizzare i cittadini sul tema attraverso, per esempio, giornate dedicate alla pulizia di spiagge, mari o villaggi, seppure possono servire ad accrescere la consapevolezza dei danni causati dalla plastica, non sono certo sufficienti a salvare l’ambiente che soffoca in questi rifiuti.

Le regole del consumismo

E non bastano i divieti e lo spauracchio delle multe se non si affrontano questioni strutturali che riguardano gli aspetti del consumismo sfrenato, l’importazione di prodotti che non fanno altro che aumentare il problema, la mancanza di infrastrutture e servizi e anche l’ignoranza sulla questione. Intanto creatività e arte da tempo hanno intuito come “sfruttare” la sovrabbondanza di rifiuti in plastica. Per esempio attraverso il riuso o il riciclo.

Sono tante le comunità di donne che raccolgono le bottiglie in plastiche e le rivendono, quelle che con i sacchetti dell’acqua realizzano borse, oggetti vari, anche zaini per la scuola. C’è chi usa i rifiuti in plastica per realizzare occhiali trend, fiori, tappetini da camera, materassi o scarpe e ha fondato brand di moda, oppure per realizzare strade. O chi ne fa opere d’arte.

Negli ultimi anni imprese e start-up costituite da giovani intraprendenti si sono moltiplicate e c’è anche chi ha messo in atto sistemi di raccolta di plastica e lattine porta a porta per poi rivenderle a quelle poche aziende che si occupano di riciclaggio. Insomma, anche da un problema può nascere una grande opportunità e di giovani creativi in grado di cogliere l’occasione in Africa ce ne sono tantissimi.

(Articolo già pubblicato sul numero di luglio-agosto di Nigrizia)

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