Giufà – dicembre 2014
Gad Lerner

Nel giro di pochi giorni ho visitato due realtà mediorientali considerate agli antipodi: il Kurdistan iracheno, che fronteggia l’offensiva militare dell’Isis; e Israele, alle prese con una rivolta palestinese penetrata nella sua capitale Gerusalemme.

Certo, il contrasto appare stridente, soprattutto al cospetto della moltitudine di profughi di guerra che si sono riversati fra Erbil e Dohuk, bisognosi di tutto. Ammirevole è l’impegno con cui il governo regionale curdo fronteggia questa emergenza, nel rispetto dei diritti umani, nonostante la portata immane del dramma umano in atto.

Permettetemi, però, di soffermarmi su un paio di altri aspetti che mi sono rimasti impressi per la vicinanza dei due viaggi. Nonostante la guerra, sia in Kurdistan che in Israele si percepisce un vigoroso flusso di investimenti; l’economia tira, i grattacieli crescono come funghi anche in mezzo al deserto. Segno di una potenzialità di sviluppo che si estenderebbe a tutta l’area martoriata dalla guerra (nonostante la tensione, anche Beirut ne sta beneficiando), se ad essa si ponesse termine.

Il secondo tratto comune, purtroppo, ha una connotazione opposta: è la percezione di un rischio immediato per la stessa sopravvivenza. Precarietà crescente, il futuro è un enigma, la paura si diffonde e accorcia l’orizzonte. Uno stato d’animo esasperato con raffinata sapienza dai rituali macabri della nuova guerra mediatica.

Il ritorno all’impiego dell’arma bianca, i coltelli e le asce, in tempo di elettronica spinta, ha esattamente questa finalità morbosa: diffondere una familiarità con la morte che la sicurezza sociale aveva circoscritto nella sfera dei tabù. Riprenderla, questa morte cruenta, dalla sfera della fiction e dei videogiochi in cui l’avevamo sublimata, per scaraventarcela addosso come eventualità concreta.

Nelle tende dei fuggiaschi dalla Siria troppi bambini possono vedere sugli smartphone del papà teste mozzate e corpi violentati. Glieli spediscono attraverso i social network gli stessi tagliagole dell’Isis, divenuti spacciatori di pornografia della morte.

Ma anche la blasfema degenerazione pseudo religiosa della contesa in atto a Gerusalemme (dove i fanatici non a caso concentrano la loro attenzione sull’agibilità della Spianata delle Moschee/Monte del Tempio) contempla modalità simili. L’atto terroristico rivolto contro civili innocenti –vedi la strage della sinagoga – assume di frequente la foggia dell’omicidio rituale. Se anche non si giunge alle decapitazioni dell’Isis, mi inquietano le fotografie dei miliziani di Hamas che sollevano minacciosamente l’ascia in un’ostentazione di crudeltà a suo modo inedita.

Tecnologia, sviluppo, modernizzazione accelerata si intrecciano con un’iconografia barbarica che ha ben poco a che fare con le tradizioni religiose. Se ciò appare più evidente nel jihadismo, sarebbe miope sottovalutare l’influenza crescente di un nuovo sionismo religioso dentro l’establishment israeliano, forze armate comprese. Sono i coloni a rappresentarsi come unici autentici continuatori dell’epopea pionieristica dei padri fondatori dello Stato, conquistando un’egemonia culturale che non promette niente di buono.

 

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I rituali macabri della nuova guerra mediatica hanno una finalità morbosa: diffondere una familiarità con la morte che la sicurezza sociale aveva circoscritto nella sfera dei tabù. Un’iconografia barbarica che ha ben poco a che fare con le tradizioni religiose.

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