Gambia, crisi pericolosa
Tre anni dopo la storica svolta democratica che, con libere elezioni e il sostegno della comunità internazionale, mise in fuga il dittatore Jammeh, il Gambia rischia di ripiombare nell’instabilità e nella violenza.

È una crisi pericolosa quella in corso in Gambia. Una crisi che sta già contando le sue vittime e che difficilmente troverà una soluzione immediata. Almeno a considerare le motivazioni e le azioni delle parti in causa. Il movimento Operation 3-Years Jotna (Operazione Tre anni sono abbastanza) non ha nessuna intenzione di arrendersi e lasciare che il presidente Adama Barrow rimanga al suo posto.

Il 19 gennaio 2017 Barrow era subentrato a Yahya Jammeh con una promessa: indire le elezioni dopo tre anni. Ci ha ripensato però e ha fatto sapere che resterà per completare il suo mandato quinquennale, “così come consente la Costituzione”, afferma il suo entourage. L’uscita di scena dell’autoritario Jammeh aveva dato ai cittadini speranza di un reale cambiamento dopo anni di governo repressivo e personalistico. Ma le proteste di piazza seguite all’annuncio di Barrow, stanno dimostrando il contrario.

La giornata più difficile è stata domenica scorsa. Alla periferia della capitale Banjul, durante una manifestazione che pare fosse stata precedentemente autorizzata, sono state arrestate 137 persone con molti feriti sia tra i manifestanti che tra i paramilitari. Il presidente non ha esitato a usare la forza e a bandire il movimento come “illegale, violento, sovversivo”. Il governo ha inoltre sospeso la trasmissione delle stazioni radio Home digital FM, con sede a Brikama, e King FM, con sede a Tallinding Kunjang. Sono accusate di aver lanciato “messaggi incendiari” alla popolazione e di averla esortata ad unirsi alle proteste indette dal movimento.

L’insicurezza nel paese si unisce in questi giorni anche ai rumors di un ritorno dell’ex dittatore. Tre anni fa Jammeh, dopo 22 anni al potere, era stato costretto a lasciare il paese. Aveva perso le elezioni, vinte, appunto, da Barrow. Con il rischio di subire un processo in patria aveva optato per un esilio dorato in Guinea Equatoriale. Esilio accompagnato dalle accuse di violenze, abusi, stupri, omicidi, sparizioni. La sua partenza – seguita alle ostinate proteste dei cittadini e ai numerosi rapporti sulle violazioni dei diritti umani – aveva fatto tirare un sospiro di sollievo.

Oggi, però, le cose sembrano mettersi al peggio. Già da qualche settimana esponenti del suo partito (Alliance for Patriotic Reorientation and Construction) stanno facendo girare degli audio. «Sto tornando. Hanno detto di avermi allontanato dal paese ma, a parte Allah, nessuno può tenermi lontano dal Gambia». Queste le parole delle registrazioni che non si sa da dove provengano né se siano originali o meno.

Se Jammeh conta ancora moltissimi sostenitori nel paese (che si sono dati appuntamento nelle strade qualche giorno fa per rivendicarne il diritto al rientro), la maggioranza teme questa ipotesi. A parte le violenze, l’ex presidente è accusato di aver impoverito la popolazione e sottratto alle casse dello Stato un miliardo di dollari. Se dovesse esserci un mandato a suo carico è comunque improbabile che la Guinea Equatoriale conceda l’estradizione con un presidente, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, a sua volta al potere da quarant’anni.

In ogni caso non è chiaro quali misure il governo di Barrow potrebbe prendere se Jammeh decidesse di tornare volontariamente. Anche se il ministro dell’Informazione, Ebrima Sillah, intervistato da Al Jazeera, ha detto che «Se l’ex presidente dovesse ritornare sarebbe arrestato».

Nel frattempo sono centinaia le testimonianze raccolte dalla Commissione per la verità, riconciliazione e riparazione sul periodo che va dal luglio 1994 al gennaio 2017, l’era Jammeh. Una Commissione creata proprio all’indomani della “caduta” del dittatore e con il favore del nuovo presidente. Quello che oggi ritira le promesse fatte allora. Una commissione che però ha portato finora solo alla condanna di tre persone. Molte altre sono state rilasciate. Mentre Jammeh promette che tornerà.

Nella crisi di queste settimane, si inserisce anche la disperazione personale dei tanti migranti che rientrano nel programma di rimpatrio. Tra il 2014 e il 2017, 40mila gambiani sono arrivati in Europa via mare. A pochi è stato concesso lo status di rifugiato, nonostante fosse ben nota la situazione di oppressione nel luogo da cui provengono. Molti stanno subendo la deportazione in un paese che non gli offrirà lavoro e che sembra non potergli offrire sicurezza.

Qualche giorno fa il ministro della Giustizia del Gambia, Abubacarr Tambadou, ha portato dinanzi alla Corte penale internazionale testimonianze raccolte in un campo profughi in Birmania, testimonianze che rincarano le accuse di genocidio dei musulmani rohingya da parte della leader birmana Aung San Suu Kyi. Azione che ha spinto i giudici del tribunale dell’Aja a sollecitare la Birmania ad adottare “tutte le misure in suo potere” per prevenire un genocidio contro i rohingya.

Ma nel suo paese c’è chi – come il partito United Democratic Party – si domanda perché mai il ministro non abbia la stessa passione nel garantire i diritti umani dei propri cittadini. Il partito di opposizione nel 2016 era entrato nella coalizione che aveva appoggiato Barrow alle elezioni, ma oggi condanna la reazione del presidente alle proteste.

“Condanniamo fermamente l’uso sproporzionato della forza e gli atti di violenza contro manifestanti innocenti impegnati nell’esercizio dei loro diritti democratici” si legge in un comunicato. E ancora: “chiediamo al governo di osservare i principi dello stato di diritto e di cooperare con la Commissione per i diritti umani per condurre un’indagine sul perché una manifestazione pacifica e legale sia stata violentemente interrotta”.

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