INCONTRI E VOLTI – FEBBRAIO 2018
Alex Zanotelli

Il fenomeno delle cosiddette “baby gang”, che non c’entra con le paranze giovanili, è stato focalizzato dai media a partire dai fatti del 18 dicembre scorso quando in pieno giorno, in via Foria, centro di Napoli, è stato insultato e poi ferito gravemente a colpi di coltello, Arturo, uno studente 17enne del liceo “Cuoco-Campanella”. A compiere il gesto, quattro di ragazzini tra i tredici e i quindici anni che non avevano nessun motivo di accanirsi sul giovane. Arturo, dopo varie operazioni chirurgiche, si è ripreso ed è tornato a scuola il 15 gennaio.

Qualche giorno dopo, la reazione della città: 5mila persone, la maggior parte studenti delle scuole media superiori, ma anche settori della società civile sono scesi in piazza. Ciò non ha interrotto la catena di gravi episodi. Ne cito uno. In gennaio, un 15enne, Gaetano, ha dovuto subire l’asportazione della milza dopo che è stato preso a calci e pugni, sempre senza ragione, da un gruppo di adolescenti all’uscita della stazione Chiaiano del metrò. Anche dopo questo fatto c’è stata una manifestazione studentesca.

Voglio riportare due dichiarazioni che ci aiutano a inquadrare il fenomeno. Il questore di Napoli, Antonio De Iesu: «Non sono baby gang. Siamo di fronte a branchi diversi di adolescenti che si sentono forti in gruppo e agiscono come in una giungla. E sfogano la loro aggressività su vittime casuali». La presidente del tribunale per i minori di Napoli, Patrizia Esposito: «Questi ragazzini armati di coltello sono animati da una rabbia profonda. Stiamo assistendo a una violenza giovanile senza precedenti, sintomatica dell’assenza di valori, figlia degrado sociale».

Le ragioni del disagio va cercato dentro le periferie. Non credo che questi sintomi riguardino solo Napoli, ma tutte le periferie delle grandi città. Per restare al capoluogo campano, la Napoli bene viene presa in considerazione dalla politica, mentre la Napoli delle periferie è abbandonata a se stessa per responsabilità della malapolitica. I comportamenti devianti vanno ricondotti a una malapolitica che non vuole vedere in quali condizioni famigliari, sociali e scolastiche sono immersi tanti quartieri: da Scampia a Ponticelli al rione Sanità.

Ha sbagliato innanzitutto il governo centrale che ha dimenticato ed emarginato il Sud dell’Italia: la mancanza di lavoro e l’impoverimento sono ben misurabili in molte regioni. E poi, a seguire, ci sono responsabilità regionali e comunali.

C’è poi un aspetto socio-culturale, che ho sotto gli occhi qui nel rione Sanità. Le famiglie del sottoproletariato si “alimentano” quasi unicamente di programmi televisivi, lo schermo è sempre acceso e le più gettonate sono le trasmissioni di intrattenimento delle tivù commerciali. Il risultato è che i valori belli delle famiglie napoletane si sono fortemente indeboliti, mentre ha preso sempre più piede l’imperativo di far soldi e basta. E qui che matura la rabbia di tanti ragazzini, privi di punti di riferimento.

Modificare questa realtà è una sfida enorme. Lo ha affermato, bontà sua, anche il ministro Minniti, a Napoli il 16 gennaio. Il comune di Napoli deve fare investimenti nella scuola. La Chiesa deve rendersi conto dell’importanza degli oratori per seguire questi bambini.

Paranze giovanili
Nel gergo della camorra napoletana, paranza significa gruppo di camorristi. Quindi di affiliati, qualsiasi sia la loro età, alla malavita organizzata.

Minniti
«È una questione cruciale e dobbiamo intervenire. Dobbiamo liberare questi figli da modelli negativi di istruzione alla violenza e occuparci contemporaneamente di come vengono affidati a percorsi educativi che siano alla altezza di questa sfida».