ECONOMIA IN BIANCO & NERO – luglio-agosto 2012
Riccardo Barlaam

Il mondo – complice la crisi internazionale e la speculazione finanziaria, con gente che investe short, cioè con operatività finanziarie di tipo speculativo, puntando sulle disgrazie altrui – si sta veramente capovolgendo. Lo ha scritto Giufà il mese scorso, invitando i ragazzini europei e africani a scrivere ai nostri governanti per metterli sull’avviso circa i poteri assoluti e inappellabili degli occhiuti funzionari di organismi finanziari internazionali che, con i loro report e i loro piani di rientro dal debito, stanno affossando i destini di intere generazioni.

Paradigmatico di questo nuovo stato di cose è quanto sta accadendo tra il Portogallo e l’Angola, la ex colonia diventata oggi colonizzatrice, anzi, salvatrice del popolo portoghese. In nome del dio denaro.

Profittando della crisi del debito europeo e della manna costituita dagli introiti petroliferi, l’Angola sta investendo massicciamente nell’economia dell’ex potenza coloniale, con metodi non sempre specchiati. Funziona così. Per dare una mano, le figlie del presidente angolano José Eduardo dos Santos – o uomini d’affari legati al “presidentissimo” (al potere dal 1979) – entrano a piccoli passi, con partecipazioni modeste, nel capitale delle società portoghesi. Poi aspettano che queste società finiscano in cattive acque per rafforzare progressivamente la loro partecipazione, fino ad arrivare a possedere la maggioranza del capitale e prenderne il controllo. È successo con le banche, con l’energia, con l’agroalimentare, con le società del lusso e con i media. L’ultima operazione in ordine di tempo è stata portata avanti da Tchizé dos Santos, una delle figlie di dos Santos, che si è appropriata di un grosso gruppo portoghese attivo nella produzione di frutta.

Diverse aziende agroalimentari portoghesi sono state acquisite da angolani. Il motivo l’ha spiegato un imprenditore impegnato nell’import-export: «A Luanda il vino e l’olio d’oliva sono prodotti molto richiesti e molto costosi». La cosa più semplice, allora, diventa comprare direttamente le aziende produttrici, così da avere in mano il controllo di tutta la filiera.

Gli investimenti angolani in Portogallo sono passati da 1,6 milioni di euro del 2002 a 116 milioni di euro del 2009. L’esempio più emblematico dell’espansionismo angolano è quello che riguarda il Banco Comercial Português (Bcp), prima banca portoghese. Nel 2008, all’inizio della crisi europea, la società petrolifera angolana Sonagol ha acquisito una partecipazione del 9,99% del capitale del Bcp, per un investimento di 469 milioni di euro. Nel 2011 la Sonagol è diventata il principale azionista con il 12,44% delle azioni e ha cominciato a piazzare nel consiglio di amministrazione della banca suoi uomini di fiducia. Numero due del Bcp è Carlos José da Silva, manager angolano emergente dell’entourage del presidente.

Isabel dos Santos, la figlia maggiore del presidente – considerata dalla rivista Forbes la donna più ricca del proprio paese e una delle più ricche dell’Africa subsahariana – controlla attraverso una holding il 9,99 % del Banco Português de Investimento (Bpi). Non solo: detiene il 25% del Banco Internacional de Crédito (Bic), che sta per acquisire il Banco Português de Negócios (Bpn).

Un altro uomo di fiducia di Eduardo dos Santos, il generale Hélder Vieira Dias, già ministro e capo di gabinetto militare della presidenza, è diventato il quarto maggior azionista del Banco de Investimento Global (Big), un altro importante istituto finanziario portoghese.

La ragnatela angolana dalle banche si allarga agli altri settori dell’economia. Nell’energia, la Sonagol possiede già il 45% del capitale della Amorim Energia, che, a sua volta, controlla il 33,4% del colosso del gas europeo Galp. Gli angolani puntano a diventare primi azionisti di Galp: vorrebbero comprare la quota di Galp in mano alla Eni, il 33% del capitale, che vale 1,9 miliardi di euro.

Nei settore dei media, sempre Isabel dos Santos controlla la società portoghese Zon, principale operatore tv via satellite e secondo fornitore Internet del paese, attraverso la società Kento, una holding con sede a Malta. E non è tutto. La Newshold, società con il 91,2% del capitale in mano ad angolani, attraverso poco chiare società con sede a Panama, controlla diversi giornali portoghesi: i settimanali Sol, Expresso e Visão, il più venduto tabloid quotidiano Correio de Manhã, e il quotidiano economico Jornal de Negócios.

Una vera e propria piovra. Cominciata con delle strette di mano tra capi di stato, in occasione dell’accordo di pace del 1991 tra dos Santos e Savimbi (accordo benedetto dai portoghesi), è cresciuta poi con i metodi del peggior capitalismo occidentale, grazie alle ambizioni della nomenklatura del presidente.