NON SONO RAZZISTA MA – GENNAIO 2020
Marco Aime

Il grande saggista e attivista W. E. B. Du Bois sosteneva che la razza è una sorta di velo che media le percezioni degli altri rendendo possibile un “secondo sguardo”; quello del razzismo «è una densa e invisibile, ma orribilmente tangibile lastra di vetro attraverso cui la gente può vedere, ma non sentire o toccarsi».

Possiamo dire che l’idea di razza è rassicurante, mette le cose al suo posto, semplifica la realtà, riducendola a pochi elementi ben definiti dei quali essa riassume ogni caratteristica. Ogni comunità umana ha una storia e questa storia si trasforma con il passare del tempo. Trasformarla in razza significa chiuderla in un passato senza presente e senza futuro, consegnarla a un destino fissato una volta per tutte.

Congelare gli altri in una dimensione atemporale, estrometterli dalla storia e affidarli al destino loro imposto dalla natura: questo rende così implacabile il concetto. Non a caso secondo Otto Reche, scienziato nazista, l’essenza della razza starebbe nella cultura, che risalirebbe alle leggi di natura: «Sappiamo oggi che l’umanità non esiste. E non può esistere nemmeno una cultura umana perché è la natura che ha creato le razze differenti (…) Se razza e cultura non possono essere separati è perché la razza è il destino». Cultura e razza si confondono e ogni razza/cultura porterebbe quindi il marchio del suo carattere morale a cui è impossibile sfuggire.

A poco a poco, nel pensiero comune, l’idea di razza si è svincolata dal suo retaggio biologico per diventare destino ineluttabile che non richiede neppure più la legittimazione della scienza. Così il giornalista americano Ta-Nehisi Coates: «La necessità di assegnare agli individui caratteristiche precise fino all’osso per poi umiliarli, sminuirli e distruggerli, è la conseguenza necessaria di questa condizione inalterabile.

Il razzismo, perciò, viene presentato come il figlio innocente di Madre natura, e noi siamo lasciati a deplorare il Passaggio Intermedio o il Sentiero delle Lacrime allo stesso modo in cui ci si può dispiacere per un terremoto, un tornado, oppure ogni altro fenomeno ascrivibile alla categoria di ciò che sta al di sopra di qualsiasi opera umana. La razza è la figlia del razzismo, non la madre».

W. E. B. Du Bois
Storico statunitense naturalizzato ghaneano (1868-1963). La famiglia di sua madre faceva parte della piccola comunità di neri liberi del Massachusetts. Il padre Alfred era di discendenza mista africana e franco-ugonotta.