ECONOMIA IN BIANVO E NERO – GENNAIO 2018

Quando si dice far politica per il bene comune. A dispetto del cognome che si porta addosso, Isabel dos Santos – figlia dell’ex presidente eterno dell’Angola José Eduardo dos Santos, al potere dal 1979 fino a settembre del 2017, e donna più ricca d’Africa con un patrimonio stimato da Forbes di 3,5 miliardi di dollari – continua ad allargare la sua ragnatela di affari nelle banche che controlla in Angola e Portogallo, dopo essere stata licenziata dal nuovo presidente angolano appena eletto, João Lourenço, da capo della potente società petrolifera statale Sonangol.

Isabel – studi a Londra, donna bellissima mezza africana e mezza russa (da parte di madre) – è sposata con Sindika Dokolo, figlio di un miliardario di Kinshasa a sua volta sposato con una danese. Insomma, questa donna ha preso il peggio degli affaristi occidentali e dei plutocrati africani e continua a tessere la sua tela nella finanza e nei salotti che contano.

Negli ultimi 20 anni ha seduto nelle poltrone di numerose società quotate in borse europee. La sua rete spazia in diversi settori economici: telecomunicazioni, media, retail, banche, finanza, energia. In Angola e soprattutto nell’ex paese colonizzatore, il Portogallo, diventato ultimamente terreno di conquista per la figlia dell’ex presidente grazie ai proventi dei petrodollari e alla crisi dei debiti sovrani europei. Isabel è principale azionista della Unitel, holding delle tlc con sede in Olanda, che controlla la società multimedia Zon, partecipata dalla spagnola Telefonica, che controlla anche la tv satellitare Zap diffusa nei paesi a lingua portoghese (Portogallo, Angola, Mozambico),

Controlla anche Trans Africa Investment, un veicolo finanziario con sede a Gibilterra, fondato assieme alla madre che si occupa del business dei diamanti. Un’altra holding che controlla la bella Isabel è la Santoro Finance, azionista nella banca portoghese BPI. Altre due holding in mano alla signora sono la Condis, holding di Luanda che gestisce tutto il business legato al commercio e alla grande distribuzione. E, in un ultimo, la Esperanza Holding, sede ad Amsterdam, con giro di conti in qualche paradiso fiscale, attiva nei settori sensibili per l’Angola: petrolio ed energia.

Ora Isabel, licenziata dal nuovo presidente da capo della Sonagol – carica che ricopriva in evidente conflitto di interessi –, vuol fare cassa per allargare ancora la sua ragnatela, più simile a una piovra. Ha intenzione di mettere sul mercato, nel primo trimestre del 2019, il 25% del Banco de Fomento Angola, seconda banca del paese, controllata al 51% da Unitel, la sua holding olandese di tlc e media partecipata da Portugal Telecom.

Il Banco de Fomento è partecipato, inoltre, per il 49% dal Banco Português de Investimento, che la figlia maggiore di dos Santos controlla attraverso una holding con il 9,99% del capitale, e dalla spagnola Caixa. Dos Santos vuole anche vendere, nel primo trimestre 2018, le azioni del Banco Bic, istituto di credito portoghese-angolano, che la figlia dell’ex grande capo controlla con il 43%. A questo punto sorge spontanea una domanda, ma anche la risposta: dove sono finiti i soldi dell’Angola?

Sonangol

È la compagnia di stato angolana che gestisce la produzione di petrolio e gas naturale nel paese. Si stima che l’Angola abbia oltre 5 miliardi di barili di riserve petrolifere offshore e costiere. La Sonangol opera in collaborazione con compagnie petrolifere straniere attraverso joint venture e accordi di co-produzione. Le principali compagnie straniere, oltre all’italiana Eni, sono le statunitensi Chevron Texaco ed Exxon Mobil, la francese Total, la britannica BP e l’anglo-olandese Shell.