Originalità e limiti della human security africana

Il percorso agli inizi, l’esperienza limitata, evidenti le debolezze organizzative e finanziarie. Tuttavia è innovativo che si punti alla sicurezza umana facendo leva non direttamente sugli stati ma su attori politici intergovernativi.

Se l’Unione africana si è ispirata nella sua articolazione al modello di integrazione proprio dell’Unione europea, si potrebbe dire che il suo apparato di pace e sicurezza tenta di combinare un sistema intergovernativo di sicurezza collettiva essenzialmente militare, modello Nazioni Unite, con un sistema di sicurezza multidimensionale che per molti versi ricorda l’Ocse – l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.

Alla conclusione di trattati di non aggressione e di altre intese volte a scongiurare il rischio di guerre internazionali e a preservare il continente da aggressioni (in particolare escludendo il nucleare militare), l’Ua aggiunge, infatti, una serie di politiche e di istituzioni orientate a dimensioni di “sicurezza umana” che concretizzano e istituzionalizzano – in modo ben più avanzato di quanto non facciano le stesse Nazioni Unite – la dottrina della responsabilità di proteggere.

Il Consiglio di pace e sicurezza ha in effetti un mandato che va ben al di là delle missioni di peacekeeping di cui si è prevalentemente parlato in queste pagine, e che si connette agli altri grandi capitoli dell’azione dell’Ua riguardanti sviluppo, ambiente, infrastrutture. La sicurezza è perseguita infatti come condizione per il godimento dei diritti umani, per lo sviluppo delle attività economiche, per il conseguimento di obiettivi di sviluppo sostenibile. In questo senso supera il modello del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la cui azione in materia di sicurezza umana trova un fondamento molto meno esplicito nella Carta di San Francisco.

Il problema, come spesso accade, è verificare quanto di quello che è auspicato nei documenti programmatici, risulta effettivamente raggiungibile con i mezzi disponibili. Dalla breve ricostruzione fatta, il divario tra quanto ci si ripromette di fare e quanto è realizzabile con gli strumenti dati, risulta enorme.

L’Architettura africana di pace e sicurezza (Apsa), delineata circa dieci anni fa e che dovrebbe completarsi nel 2015, appare estremamente complessa e di difficile gestione dal punto di vista sia politico sia operativo. Il potere decisionale, nonostante la creazione del Consiglio di sicurezza, resta nelle mani dell’assemblea dei 54 stati membri, e quindi di un consesso politico notoriamente poco incline a decisioni rapide e prive di ambiguità. Le variabili legate al peso specifico dei diversi paesi coinvolti nelle crisi, e dei diversi leader politici, sono talmente numerose da vanificare il tentativo, pure lodevole, di istituzionalizzare e procedimentalizzare un percorso decisionale. Questo rimane profondamente imprevedibile. (…)

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