Mozambico / Ambiente e sviluppo
La guerra civile lo aveva distrutto. Ma dal 2004, grazie alla collaborazione tra il governo mozambicano e una fondazione statunitense, i 3.770 km² sono rifioriti. Un’operazione che coinvolge ricercatori universitari e le comunità locali. E valorizza il ruolo delle donne.

Nell’estremità più a sud della Rift Valley africana, esiste un paradiso dimenticato che sta rinascendo dalle sue ceneri. Il Parco Nazionale di Gorongosa, nel cuore del Mozambico, venne fondato negli anni ’60 dai coloni portoghesi per il diletto di ricchi turisti e avventurieri occidentali o provenienti dalla vicina Rhodesia. I portoghesi lo definivano “il luogo dove Noè approdò con l’arca” per la ricchezza di fauna. Dopo l’indipendenza del 1975 continuò ad essere considerato un tesoro nazionale, ma poi scoppiò la sanguinosa guerra civile che trasformò Gorongosa in un campo di battaglia.

Per ben 16 anni, le truppe di miliziani e bambini-soldato del governo del Frelimo e dei ribelli della Renamo si sono affrontate aspramente proprio in questi luoghi e il massacro non ha risparmiato gli animali. Gnu, zebre, gazzelle e bufali, e altri erbivori venivano cacciati per sfamare i soldati, gli elefanti uccisi a colpi di kalashnikov per l’avorio, leoni e leopardi trucidati solo perché incontrati lungo il cammino. Il resto degli animali morì semplicemente di fame. A fine guerra nel 1992, il 95% di grandi mammiferi era scomparso e le vecchie strutture alberghiere distrutte. Gorongosa ridotto a un cimitero.

Gregory C. Carr
Oggi, sia pur nell’incertezza della lunga trattativa per una pace definitiva, tuttora in corso, questo eden perduto risorge e a giovarne sono le poverissime comunità locali e le donne direttamente coinvolte nel processo di sviluppo e conservazione. L’uomo chiave di questo risveglio è il 59enne ricco filantropo statunitense Gregory C. Carr, che nel 2004 si innamorò di questi luoghi e decise di investire 40 milioni di dollari in trent’anni per rivitalizzarne e preservarne l’ecosistema. Carr, che è diventato ricco inventando la tecnologia della “voice mail”, attraverso la Carr Foundation ha raccolto i fondi per il parco che attualmente è co-gestito con le autorità governative di Maputo.

In meno di quindici anni, la fauna del parco è esplosa, arrivando a 5001 specie nel 2017 grazie a inserimenti mirati e al monitoraggio continuo. Da qualche centinaio di erbivori sopravissuti al conflitto, oggi si è passati a quasi 80mila di 19 specie diverse fra cui bufali, ippopotami, zebre ed elefanti (più di 500). Ad essi si aggiungono le specie carnivore come leoni e licaoni reintrodotti con successo, oltre ai leopardi che sono stati avvistati di recente.

Un parco innovativo
Gorongosa, che si estende per 3770 km², non può certo essere paragonato ai grandi parchi africani, ma merita speciale attenzione per il piano di sviluppo implementato da Carr e dalla sua équipe, che lo rende di certo tra i più innovativi e scientificamente più interessanti. Attualmente ospita 70 ricercatori ed è una sorta di «laboratorio a cielo aperto» perché l’amministrazione, con la benedizione del governo mozambicano, «ha deciso di incentivare e promuovere la ricerca scientifica», afferma Robert Pringle, dell’Università di Princeton. E mentre in altri luoghi i ricercatori si limitano alla canonica osservazione della vita animale, qui possono compiere molti esperimenti: manipolare l’ambiente limitando lo spostamento degli animali e le loro opzioni di alimentazione, fare prelievi di sangue e monitoraggi dei segnali vitali con i collari GPS.

Ciò permette di adottare strategie di conservazione più efficaci. «Possiamo sperimentare perché a Gorongosa si parte da zero. Impariamo dalla natura e investiamo sulla formazione di ricercatori e ricercatrici mozambicani», afferma Berta Guembe, a capo del master di biologia e conservazione organizzato dal parco.

Guembe introduce l’altro aspetto che rende singolare Gorongosa: lo sviluppo delle comunità che vivono attorno alla riserva e il loro coinvolgimento nella conservazione. Carr e le autorità del parco hanno promosso una serie di progetti di sviluppo nella cosiddetta “zona tampone”, l’area attorno ai confini della riserva, che conta 177mila abitanti divisi in 16 comunità. In quest’area il 65% degli abitanti vive al di sotto della soglia di povertà e per proteggere il parco è necessario convincere la popolazione della potenziale opportunità di sviluppo in modo da disincentivare il disboscamento e la caccia di frodo. Seguendo questa politica, la Carr Foundation ha assunto più di 600 persone, di cui il 98% mozambicani in gran parte provenienti dai villaggi e cittadine delle aree vicine. Ha inoltre attivato progetti di sviluppo agricolo e sanitario, sponsorizzato micro-imprenditoria e organizzato programmi di sensibilizzazione ambientale.

Donne al centro
Nel Centro de educação comunitaria (Cec), costruito appositamente per queste attività, i programmi più importanti sono quelli che coinvolgono donne e ragazze della zona tampone, che sono le più vulnerabili e colpite dalla povertà. Molte giovani mozambicane delle zone rurali lasciano la scuola per via di gravidanze e matrimoni precoci. Il Parco fa sensibilizzazione in materia e con i Clubes de Raparigas le aiuta a proseguire gli studi. «Molte ragazze hanno ricevuto borse di studio e alcune stanno facendo degli stage nell’area scientifica del parco. Ne siamo molto orgogliose. È per il loro futuro”, spiega Larissa Sousa, manager del Girls Education Programme.

Nel progetto di sviluppo di Gorongosa molte donne già ricoprono ruoli importanti in ogni settore della riserva: dalle guide specializzate alle ricercatrici del settore scientifico, fino alle guardaparco considerate un orgoglio per Gorongosa. Fra i 228 ranger che reprimono le azioni di bracconaggio ci sono già nove donne e molte altre si stanno addestrando.

Conclude Carr: «Quando ho visto Gorongosa per la prima volta nel 2003 potevi girare giorni senza vedere un animale. Oggi è cambiato tutto. Le donne e gli uomini che abitano qui attorno hanno diritto di vivere e sostenersi nella loro splendida terra».