Il primo ministro etiopico Abiy Ahmed e il presidente eritreo Isaias Afewerki durante una recente visita di quest'ultimo in Etiopia (Credit: trtworld.com)

Il coinvolgimento dell’Eritrea nella crisi etiopica si chiarisce di giorno in giorno, con l’emergere di notizie provenienti da fonti diverse, nonostante il black out informativo imposto sia da Asmara – dove i giornali indipendenti sono stati chiusi nel settembre del 2001 e mai riaperti – che da Addis Abeba, che ha bloccato le linee telefoniche e telematiche con il Tigray all’inizio di novembre e sta facendo pressioni crescenti anche sugli inviati delle più prestigiose testate internazionali.

Nei giorni scorsi, ad esempio, è stato espulso William Davison, analista dell’autorevole centro di ricerca International Crisis Group. Sarebbero inoltre state ritirate le credenziali a una giornalista della Reuters mentre l’autorità etiopica competente ha confermato l’invio di diffide ai corrispondenti della BBC e di un giornale tedesco, per citare solo i casi più noti.

L’isolamento della regione è confermato anche da Uoldelul Chelati Dirar, eritreo cresciuto in Italia, docente di storia e istituzioni dell’Africa all’università di Macerata. Nonostante le difficoltà nell’avere informazioni indipendenti, il professor Chelati considera ormai sicuro il coinvolgimento diretto dell’Eritrea nel conflitto tra il governo centrale di Addis Abeba e quello della regione del Tigray.

Un altro squarcio decisamente autorevole sulla situazione è rappresentato dalla lettera dei vescovi cattolici eritrei ai fedeli, intitolata Even now, let’s earnestly pursue peace! (Perfino adesso, perseguiamo sinceramente la pace).

Pur riferendosi all’attuale conflitto etiopico, il documento allude alle sue radici nei conflitti precedenti: “The consequence of war is actually a self-evident truth to the whole world, and especially to the peoples in the Horn of Africa. Sadly, conflicts have persisted unabated”. (La conseguenza della guerra è una verità evidente in se stessa per il mondo intero, e specialmente per i popoli del Corno d’Africa. Purtroppo i conflitti sono continuati ininterrottamente).

Ed è l’avverbio ininterrottamente che fa capire come l’Eritrea, tra gli attori principali degli ultimi 60 anni di instabilità nella regione, sia considerata non affatto estranea anche a quello che si sta combattendo ora.

Le testimonianze e le dichiarazioni in proposito sono ormai molteplici. Elsa Chyrum, nota attivista eritrea per la difesa dei diritti umani in esilio a Londra, sul canale Asena TV ribadisce che ci sono truppe etiopiche che combattono avendo come base il territorio eritreo. Ma insiste soprattutto sugli aspetti umanitari del conflitto nel confinante Tigray per gli eritrei.

Dice, tra l’altro, che la produzione di cibo è scarsissima, anche a causa delle restrizioni nei movimenti imposte per controllare la pandemia da coronavirus, ma i contadini sono costretti dal governo a sfamare le truppe etiopiche. Altri siti dell’opposizione sostengono che l’ospedale di una cittadina sul confine serve ormai solo per curare i feriti etiopici, mentre i malati eritrei sono costretti a rivolgersi a quelli di altri villaggi, distanti anche decine di chilometri.

Il coinvolgimento eritreo sul campo di battaglia è confermato, tra gli altri, da un centro di ricerca europeo, Europe external programme with Africa (EepA), con base a Bruxelles e con legami con università del nord Europa. Nel suo rapporto n.6, che si riferisce al 24 novembre, cita un giornalista della AFP che ha raggiunto il villaggio di Humera, in Tigray, sul confine eritreo.

Qui ha potuto raccogliere molte testimonianze di civili riguardanti missili provenienti dal nord, cioè dall’Eritrea. Riporta anche che il governo del Tigray afferma di aver sbaragliato diverse divisioni dell’esercito etiopico e di aver fatto prigionieri molti soldati eritrei che con loro combattevano.

Mappa regionale (Credit: themilitant.com)

Infine, dà l’allarme per i gravissimi problemi che si prevedono per decine di migliaia di rifugiati eritrei, raccolti in campi nel territorio del Tigray. Cita testimoni oculari dell’incursione dell’esercito eritreo nel campo di Endaba Guna, dove si trovano anche molti minori non accompagnati, in fuga per sfuggire al servizio militare obbligatorio e a tempo indeterminato, e delle violenze che vi sono state perpetrate.

Si può prevedere che prestissimo i rifugiati eritrei in Tigray, ma in Etiopia in generale, saranno riportati a casa, dove verranno accusati di diserzione, con tutte le conseguenze del caso. Molti di quelli che riusciranno a mettersi in salvo in Sudan, cercheranno di raggiungere l’Europa, costretti dalle circostanze ad affrontare tutti i pericoli del viaggio, con le conseguenze che ben conosciamo.

Dunque l’Eritrea è coinvolta nella crisi etiopica in molti modi e in profondità. Ma, oltre alla chiusura delle vie di fuga per i giovani che ancora a decine di migliaia cercano rifugio all’estero, quali sono i suoi obiettivi? Ne fa una chiara e lucida analisi Uoldelul Chelati nel file che segue.