La beatificazione di Óscar Romero
A 35 anni dal suo assassinio, l’arcivescovo di San Salvador è stato proclamato beato alla vigilia di Pentecoste. Mentre ai primi di maggio è iniziato l’iter per Hélder Câmara. Modelli di santità nuovi, figli di un cammino di solidarietà sociale e non solo di virtù individuali. Nel segno di ciò che chiede papa Francesco: privilegiare l’opzione per i poveri.

In questo 2015, in America Latina, la festa di Pentecoste è stata segnata dalla cerimonia di beatificazione di monsignor Óscar Romero nella piazza Central de El Salvador, nel pomeriggio di sabato 23 maggio. Pochi giorni prima, il Vaticano aveva aperto un uguale processo per il vescovo Hélder Câmara, a Recife.

In Brasile o in El Salvador, i giornali scrivono: «Adesso avremo due nuovi santi latinoamericani». Come se fossero il papa o la Chiesa a fare una persona santa. Sappiamo che non è così. Per la fede e il battesimo, tutti noi cristiani siamo santificati da Dio, cioè, siamo santi. Crediamo, anche, che tutti gli esseri umani sono figli e figlie di Dio. Lo Spirito di Dio abita in tutti e si rivela presente e operoso nell’universo. Canonizzare è solo un processo con il quale la Chiesa (cattolica o le ortodosse) proclama come un fratello o una sorella possano essere modello di santità per tutti.

In sé, né Óscar Romero, né Hélder Câmara avevano bisogno di questo riconoscimento ecclesiale. Il popolo di Dio già li considera profeti e santi. Nonostante ciò, questo processo rivela un possibile cambiamento nei criteri con i quali la Congregazione per la causa dei santi inizia a considerare i candidati alla canonizzazione. Fino a poco tempo fa, il modello di santità era quello ascetico, fondato sulle virtù individuali. Se ora si passa a considerare Romero e Câmara modelli di santità, significa che questa è giudicata figlia di un cammino di solidarietà sociale e politica. Questo cambiamento è una vera conversione. Pare frutto di una nuova Pentecoste, come lo è stato il concilio Vaticano II che Hélder Câmara e Romero hanno vissuto come pastori.

Pochi giorni dopo il martirio di Romero (avvenuto il 24 marzo 1980, mentre stava celebrando la messa nella cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza), Jon Sobrino, teologo e amico dell’arcivescovo, scrisse: «Anche se pare strano dire questo, Romero era un uomo che credeva in Dio. La fede in Dio ha assunto nella sua vita delle conseguenze terribili. Lui ha dovuto liberarsi dalle immagini di Dio legate al potere e allo status quo. Per Romero, credere in Dio ha significato assumere radicalmente nella sua vita la causa di Dio» (Para Romero, la injusticia es el verdadero pecado, in Cisa Proceso, 18 aprile 1980).

Un povero vescovo scopertosi profeta
Quando venne nominato arcivescovo di San Salvador, capitale di El Salvador, nel febbraio del 1977, Óscar Romero era un vescovo tradizionale e un po’ingenuo. In quel periodo, il paese era immerso in una crudele guerra civile. Con poco più di cinque milioni di abitanti, El Salvador contava oltre 70mila vittime a causa dei conflitti e 1,5 milioni di profughi. Solo quando Romero vide alcuni dei suoi collaboratori, come padre Rutilio Grande, venire assassinati, cominciò a capire, cambiando e assumendo una posizione di denuncia di quanto stava accadendo nel paese. Ecco perché cominciò a essere perseguitato. Sobrino scrisse ancora: «Comunemente, all’età di 59 anni, le persone hanno formato delle strutture mentali che non cambiano facilmente, soprattutto quando si è assunta una posizione di potere, com’è il caso di un arcivescovo. Invece, a questa età, Romero ha cambiato il suo modo di pensare e il suo modo di essere vescovo».

All’Università di Lovanio, in Belgio, l’arcivescovo ebbe a dire: «Non vedo possibilità alcuna di rimanere neutrale. O serviamo la vita, o siamo complici della morte di molti esseri umani. Qui si rivela la nostra fede: o crediamo nel Dio della vita, o utilizziamo il nome di Dio, servendo i responsabili della morte dei poveri». Per aver scelto di testimoniare il Dio della Vita, il 24 marzo 1980, Romero fu ucciso.

Conseguenze del martirio.
L’assassinio dell’arcivescovo risvegliò la coscienza civile mondiale sulle ingiustizie che si stavano perpetuando in quel piccolo paese centramericano. I contraccolpi furono duri, tanto che qualche anni più tardi cadde la dittatura. Seppur ancora oggi il paese sia caratterizzato da gravi ingiustizie sociali, si è almeno bloccata la violenza di stato. El Salvador sta vivendo un processo di integrazione nel continente latinoamericano.

Negli ultimi 35 anni, dall’assassinio di Romero a oggi, l’orientamento teologico e pastorale della gerarchia cattolica è molto cambiato. La solidarietà con i poveri è ancora oggetto di discorsi e documenti della Chiesa; ma, molte volte, resta solo un tema generico. Papa Francesco sta cercando di cambiare questa situazione. Chiede ai missionari e a tutti i ministri di Dio una nuova opzione per i poveri. Rivela che la missione della Chiesa ha una dimensione sociale e politica che deve essere liberatrice, come è stato, negli anni ’70, per Óscar Romero, Hélder Câmara e tanti pastori in America Latina e negli altri continenti. Purtroppo, questa insistenza del papa tocca il cuore di molti laici, mentre la maggioranza dei preti e dei vescovi rimane perplessa.

Con la beatificazione di Romero, e a 50 anni dalla chiusura del concilio Vaticano II, una nuova Pentecoste può rivelare alla Chiesa una rinnovata forma di santità. Questa volta di tipo politico: vivere la sequela di Gesù nell’impegno sociale e politico per cambiare questo mondo, partendo dalla conversione della nostra vita personale e dalla conversione della nostra Chiesa. Così, tutta la Chiesa potrà proclamare le parole che Romero disse nella sua omelia del 10 marzo 1980, alla vigilia del suo martirio: «Spesso sono stato minacciato di morte. Come cristiano, non credo nella morte senza risurrezione. Se mi uccidono, risorgerò nel popolo salvadoregno. (…) Offro il mio sangue a Dio per la liberazione e la risurrezione del mio paese. Non credo di meritare la grazia del martirio. Ma se Dio accetta il sacrificio della mia vita, il mio sangue sarà il seme della libertà e il segno che presto la speranza si avvererà. (…) Un vescovo morirà, ma la Chiesa di Dio, che è il suo popolo, non morirà mai».

Articolo estratto dall’ultimo numero di Nigrizia di giugno 2015.

Stasera a Verona il ciclo annuale di incontri “I Martedì del mondo”, chiuderà proprio  proponendo una riflessione su Óscar Romero.

Sopra il disegno di Fabio Sironi usato per la copertina del numero di Nigrizia di marzo 2005.

*Marcelo Barros, monaco benedettino, è teologo e consigliere dei movimenti sociali brasiliani. Ha pubblicato 45 libri in Brasile e 15 in Italia, dei quali il più recente è Sui sentieri degli uomini. In dialogo con il Vangelo di Marco (Ed. Gruppo Abel, RETE, 2015). 

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