Mauritania
Mentre il parlamento ribadisce che la schiavitù è un crimine contro l’umanità, i tribunali hanno la mano leggera con gli schiavisti mentre condannano tre militanti antischiavisti. Un rapporto del Dipartimenti di stato Usa denuncia il persistere di un fenomeno che coinvolge oltre 150mila mauritani.

Le reazioni si susseguono dopo la condanna in appello dei tre attivisti del movimento antischiavista in Mauritania. L’ultima ieri da parte della Federazione internazionale per i diritti umani (Fidh) e dell’Organizzazione mondiale contro la tortura, dopo quella di Amnesty International. Il 20 agosto la Corte di appello della città di Aleg ha condannato a due anni di carcere Brahim Bilal, Djiby Sow e Biram Dah Abeid, il più noto dei tre attivisti, presidente dell’Iniziativa di rinascita abrogazionista (Ira) contro la schiavitù. È stata così confermata la precedente pena pronunciata lo scorso gennaio dal tribunale di Rosso, città del sud al confine con il Senegal.

I tre erano accusati di far parte di un’associazione non riconosciuta e di ribellione nei confronti delle forze dell’ordine in seguito all’organizzazione di una manifestazione a Rosso per denunciare l’accaparramento delle terre della comunità degli haratin (ex schiavi) da parte dei bianchi. Arrestati insieme ad altri 6 attivisti, la loro condanna in prima istanza aveva già sollevato l’indignazione di una parte della società mauritana e delle organizzazioni internazionali.

Il processo d’appello è stato boicottato dagli imputati poiché la competenza era stata assegnata non alla Corte della capitale Nouakchott ma ad Aleg per impedire una mobilitazione maggiore: infatti ai simpatizzanti dell’Ira è stato negato l’accesso alla sala dell’udienza. Una petizione internazionale per la loro innocenza è stata diffusa prima del processo d’appello attraverso il sito Avaaz e ha raccolto quasi un milione di firme.

In una lettera aperta all’opinione pubblica nazionale ed internazionale, lanciata dal carcere il giorno stesso del verdetto, Biram chiede al mondo di sostenere la lotta per la liberazione dalla schiavitù e si dichiara determinato a non gettare la spugna. Biram, che nel 2013 ha ricevuto il premio delle Nazioni Unite per i diritti umani, non esita a parlare di un «doppio linguaggio» a proposito delle autorità mauritane. L’ironia del calendario ha infatti fatto sì che la nuova condanna avvenisse dieci giorni dopo che il parlamento mauritano aveva approvato una nuova legge che qualifica come «crimine contro l’umanità» il reato di schiavitù, allargandone la definizione a nuove fattispecie di pratiche schiaviste.

La schiavitù è stata ufficialmente abolita in Mauritania nel 1981, da allora le norme si sono susseguite: nel 2007 la legge ordinaria proibisce la schiavitù, nel 2012 la Costituzione inserisce la schiavitù tra i reati, nel gennaio 2014 viene istituito un tribunale speciale per giudicare i crimini di schiavitù. La realtà rimane tuttavia molto diversa e lo dimostra anche l’intransigenza del potere, egemonizzato dai bianchi, nei confronti di qualunque manifestazione antischiavista.

Il recente Rapporto 2015 sul traffico di persone, pubblicato dal Dipartimento di stato americano, ha denunciato la persistenza della schiavitù nel paese e il disimpegno del governo nel combatterla, l’inesistenza di condanne definitive per coloro che vengono accusati di schiavitù, malgrado l’accumularsi di norme contro questa pratica.

La Fondazione Walk Free, che pubblica annualmente un Indice della schiavitù, pone la Mauritania al primo posto al mondo sui 167 paesi monitorati. La schiavitù in Mauritania riguarda oltre 155.000 persone, il 4% della popolazione.

Biram Dah Abeid, antischiavista condannato a due anni di carcere.