I COLORI DI EVA – settembre 2011
Elisa Kidané

Ritorno sull’argomento, non per caparbietà, ma per onestà di informazione. Vi ricordate della cameriera che ha subito abusi nel Sofitel Hotel di New York? Sulla scorsa Nigrizia scommettevo che sarebbero riusciti a rendere nulle le sue accuse. E così è stato. Ai primi di luglio, i giornali titolavano: “Onorabilità restituita”. In molti abbiamo pensato, ovviamente, alla cameriera. Macché! Secondo il New York Times, gli avvocati di Dominique Strauss-Kahn hanno scoperto incongruenze nella vita di colei che ha osato mettere kappaò il numero 1 del Fondo monetario internazionale. Pare abbiano riscontrato contraddizioni, che però non riguardano l’atto vile dell’accusato, ma piuttosto la vita privata dell’accusatrice. Che è passata da vittima a colpevole. Rimane aperta una questione di fondo: a che punto siamo della notte della dignità e del cammino di liberazione femminile?

Alcune notizie di questa estate ci obbligano a chiederci dove sta andando questa nostra umanità. In Norvegia, un fondamentalista cristiano uccide 77 persone; Londra è messa a ferro e fuoco per protestare contro l’uccisione di un giovane immigrato; nel mondo arabo continua la carneficina come risposta alle proteste popolari…

Mi hanno colpito anche altre due notizie: una donna muore in macchina in un incrocio e per 10 ore nessuno se ne accorge; un 35enne muore su una barella dell’ospedale, ma per dodici ore nessuno se ne accorge. In ambedue le notizie colpisce quel “nessuno se ne accorge”. Un’umanità anestetizzata, quasi sonnambula, che ha bisogno di fatti eclatanti per accorgersi dell’altro.

Ed eccoci alla notizia che ha bucato i Tg di tutto il mondo: “la Somalia muore di fame”. Per settimane sono andate in onda immagini già viste. E, come da copione, la macchina della solidarietà si è messa in moto. Non c’è associazione e organizzazione che non abbia postato l’appello per salvare centinaia di donne, bambini, uomini. Quei volti sono uno schiaffo all’opulenza e alle nostre coscienze. Da qui l’urgenza di fare qualcosa.

Vi ricordate gli anni ’80? A bucare gli schermi allora fu l’Etiopia. Ma i volti erano gli stessi: stessa fame, stessi morti, stessi scheletri. Anche allora, tanta commozione: concerti, container, raccolta fondi… Anni dopo, si è venuto a sapere che, in quello stesso tempo, il regime di turno esportava carne in scatola e l’esercito di quel paese affamato era uno dei meglio armati del mondo.

Non sto sparando sulla Croce Rossa. Ci mancherebbe! Ma allora perché dico questo? Perché, oltre ad agire per la Somalia, vorrei che ci chiedessimo: dov’era il mondo mentre in Somalia, negli ultimi vent’anni, si combatteva una guerra civile senza fine? La fame di oggi è la conseguenza di due decenni di sofferenza, con una società civile allo sbando, con morti affamati di pace e di giustizia.

Altre domande. Perché davanti agli sbarchi di gente che fugge da situazioni simili a quelle registrate oggi in Somalia, il mondo non si muove? Perché quando si riesce a far filtrare notizie su fatti e misfatti di governi che tengono in ostaggio i loro popoli, ipotecando il futuro e i sogni dei loro giovani, il mondo non si commuove? Perché solo quando il risultato di anni di latitanza mondiale, di omertà delle organizzazioni di solidarietà e di silenzi complici delle Nazioni Unite, si presenta sotto le spoglie di bambini ridotti alla fame, si muove la macchina degli aiuti?

Il 18 ottobre 2005, per il 60° anniversario della fondazione della Fao, il presidente Carlo Azeglio Ciampi disse: «Una società che spende centinaia di miliardi in armamenti e consente che ogni anno muoiano di fame cinque milioni di bambini è una società malata di egoismo e di indifferenza. La costruzione di un ordine mondiale più giusto è, in primo luogo, un imperativo morale». Qualcuno si è mosso o commosso allora?

Oggi si fa a gara a chi riesce a mettere più foto scheletrite sul sito della propria associazione. Si confrontano gli slogan. Si ostenta una conoscenza della Somalia mai vista prima. Tutti sono esperti di Somalia. Un po’ tardi, no?

Oggi è la Somalia. Domani potrebbe capitare a un altro paese africano. Fino a quando l’Africa ci verrà buona solo per la carità? Fino a quando lasceremo che intere popolazioni muoiano di fame e di sete di pace e giustizia, senza muovere un dito? Fino a quando faremo finta di non vedere che la vita di stenti di questi bambini, che ora ci commuovono, è frutto anche dell’iniquo commercio di armi che prolifera indisturbato?

Svegliamoci dal nostro quieto vivere!