Dibattito sul colonialismo europeo, 1
Antonio M. Morone*

Durante la campagna elettorale per le presidenziali francesi del 2017, il colonialismo, la sua storia e le diverse eredità per i popoli ex colonizzati ed ex colonizzatori sono più volte emersi nel dibattito politico in relazione a temi quali la sicurezza, le migrazioni e il lavoro, la politica estera e il rapporto con le istituzioni europee. Hanno fatto senza dubbio discutere le dichiarazioni rilasciate dal candidato indipendente Emmanuel Macron (eletto presidente della Francia al ballottaggio con il 66% dei voti), durante una visita ufficiale in Algeria.

In quell’occasione, Macron invitò la Francia a scusarsi per i crimini coloniali e, una volta rientrato in Francia, rincarò la dose in un’intervista rilasciata al quotidiano parigino Le Figaro: il colonialismo francese in Algeria non solo commise «crimini e barbarie», ma la portata di quei crimini fu tale che oggi si possono riconoscere come «crimini contro l’umanità».

Non è certo un caso che il dibattito sul passato coloniale e sui suoi crimini abbia preso quota con riferimento proprio all’Algeria, che per la Francia fu la più importante tra le colonie. Occupata nel 1830, con 50 anni di anticipo rispetto alla cronologia della spartizione coloniale dell’intero continente africano avvenuta tra gli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento, l’Algeria fu soprattutto una colonia di popolamento al punto che nel 1947 la parte “utile” del suo territorio venne integrata nella Francia metropolitana.

Di fronte alle crescenti istanze indipendentiste del Fronte di liberazione nazionale (Fln), la Francia si impegnò in una durissima guerra, lunga otto anni, nel vano tentativo di resistere all’incedere della decolonizzazione. Nel 1958 furono addirittura le istituzioni della madrepatria a essere travolte dalla crisi algerina con il passaggio dalla quarta alla quinta repubblica. Tuttavia le speranze per una difesa a oltranza dell’Algeria francese, affidate al governo forte del generale Charles de Gaulle, lasciarono presto la scena alle trattative per l’indipendenza, conquistata infine nel 1962.

A una prima lettura, le dichiarazioni di Macron non possono che far registrare una importante presa di coscienza rispetto a quel che fu il dominio coloniale, specie se si mettono in relazione con un passato recente nel quale la leggerezza ovvero il peso del dominio coloniale erano stati alternativamente invocati nel dibattito pubblico. Nel 2005 il parlamento francese aveva infatti approvato una legge che esprimeva la “riconoscenza” della nazione ai coloni francesi e statuiva all’articolo 4 “il ruolo positivo della presenza coloniale francese oltremare”, specie in Nordafrica.

A seguito di quasi un anno di dibattiti e proteste, il contestato articolo 4 venne poi abrogato, quando anche l’ormai novantenne Aimé Césaire, uno dei padri fondatori della Négritude, dal suo ritiro in Martinica aveva condannato senza riserve un’operazione dichiaratamente revisionista.

Non c’è dubbio allora che l’invito di Macron a riconoscere i crimini coloniali segni uno stacco importante, direi decisivo, rispetto a quell’idea buonista del passato coloniale che in Francia, come del resto anche in Italia, ha tentato di celare la realtà storia dei colonialismi europei.

Dinamiche trasversali

A un’analisi più attenta, è tuttavia evidente l’anacronismo al quale rimanda l’appiattimento di fenomeni storici complessi e stratificati su una categoria giuridica come quella dei crimini contro l’umanità, nata nel secondo dopoguerra quando ormai il colonialismo si avviava verso la dismissione. Guardare alla storia otto-novecentesca del colonialismo con le lenti di un passato ben più recente finisce per travisare, o quanto meno semplificare oltremodo, una realtà decisamente più articolata: i crimini contro l’umanità hanno intrinsecamente una portata universale che relativizza la specificità e la profondità storica dei crimini e della violenza coloniale.

In definitiva, la connotazione in termini fortemente simbolici dei crimini coloniali quali crimini contro l’umanità corre il rischio di chiudere più che di aprire la prospettiva di una seria e approfondita ricerca e riflessione storica. Non basta riconoscere in modo molto generale il sistema di subordinazione, sfruttamento e violenza alla base del colonialismo; occorre individuare anche responsabilità e vittime su entrambi i versanti del mondo coloniale. Questo significa che occorre indagare, avendo in mente le dinamiche trasversali di una società troppo spesso divisa semplicemente tra colonizzatori e colonizzati.

Non solo dunque le colpe dei francesi verso i nazionalisti algerini, ma anche quelle dei nazionalisti algerini verso quegli altri algerini che fino all’ultimo furono leali a un progetto per un’Algeria francese e finirono per essere uccisi a migliaia con l’accusa di collaborazionismo a fianco dei morti francesi e dei nazionalisti algerini uccisi.

Le rimozioni dalla memoria collettiva non furono certo solo sul versante dei colonizzatori, ma anche su quello dei nazionalisti come dimostra il caso algerino e quello di tanti altri paesi africani. Il riconoscimento delle vittime delle violenze coloniali, chiunque esse furono, deve allora passare dalla ricostruzione storica delle diverse e specifiche vicende coloniali e di una decolonizzazione che, a torto o a ragione, avvenne su base nazionale.

L’impressione è allora che il richiamo di Macron ai crimini contro l’umanità porti a una via di uscita, tutto sommato, facile e veloce rispetto a un problema (e al relativo dibattito) che si presenta come molto più complesso non fosse altro perché, viceversa, riconoscendo responsabilità e vittime specifiche, la conta dei crimini si combinerebbe inevitabilmente con le richieste non solo di scuse, ma anche di riparazioni economiche.

Conseguenze sull’oggi

Seguendo l’idea che l’universalizzazione dei crimini possa relativizzare l’individuazione dei colpevoli e la definizione dei risarcimenti, pesano ancora di più altre dichiarazioni rilasciate da Macron qualche tempo prima della sua vista in Algeria e pubblicate dal settimanale francese Le Point: «Sì, vi sono state torture in Algeria, ma vi è stato anche l’emergere di uno stato, del benessere, di una classe media … questa è la realtà del colonialismo: vi furono elementi di civilizzazione ed elementi di barbarie».

Accostando le due diverse dichiarazioni di Macron, più di un commentatore ha interpretato le dichiarazioni rilasciate ad Algeri come un chiaro tentativo di correggere il tiro di quelle precedentemente pubblicate da Le Point, nel tentativo peraltro di smarcarsi da un altro dei principali candidati all’Eliseo, il repubblicano François Fillon, che in un discorso dell’agosto 2016 aveva dipinto il colonialismo francese nei termini di uno «scambio culturale» attraverso il quale la Francia «aveva voluto condividere la sua cultura con i popoli dell’Africa, dell’Asia e del Nordamerica», e per il quale la Francia non poteva certo essere condannata.

Resta il dubbio che, al contrario, Macron non abbia tanto corretto il tiro, quanto piuttosto approfondito il concetto espresso nelle sue prime dichiarazioni: il colonialismo ebbe una dimensione criminale, talmente grave da essere equiparata ai crimini contro l’umanità; ma avrebbe avuto anche una seconda dimensione positiva, in quel suo ruolo di facitore di stati (e nazioni).

Rimane allora una domanda di fondo: al di là dei crimini e della violenza, lo stato postcoloniale così come emerse dalla liquidazione dei sistemi imperiali può intendersi come il portato di un processo buono, fattivo, innescato dal colonialismo? Non vi è dubbio che il colonialismo fu alla base dell’ascesa sociale di singoli o gruppi che mediarono con il potere europeo traendone importanti vantaggi, tuttavia l’eredità dello stato-nazione di derivazione coloniale ha cristallizzato la violenza e le ineguaglianze dello stato coloniale, le cui istituzioni, non a caso non molto dopo le indipendenze nazionali, sono state costantemente messe in discussione, e ancora oggi lo sono, da movimenti, aspirazioni e ideali rivoluzionari diversamente connotati e ispirati.

In conclusione, una chiara presa di posizione sulle responsabilità coloniali non può limitarsi al solo riconoscimento dei crimini perpetrati attraverso il regime coloniale, ma deve riconoscere anche che le premesse di quell’occupazione furono del tutto illegittime – restando nell’ambito prettamente giuridico, potremmo dire illegali – e che le conseguenze negative nel lungo termine si possono ancora oggi sperimentare non solo nelle logiche di dipendenza economica tra Nord e Sud del mondo, bensì soprattutto nelle logiche di razzializzazione che continuano a plasmare quella frattura tra nazioni ed etnie che informa non solo le relazioni internazionali, ma che opera anche all’interno dello stesso corpo nazionale, come nel caso francese, tra cittadini di prima e seconda classe residenti tanto nei dipartimenti metropolitani quanto in quelli d’oltremare.

(*) Antonio M. Morone è ricercatore in Storia dell’Africa all’Università degli Studi di Pavia.

Discutiamone

È stato un commento di Giovanni Belardelli, ordinario di Storia delle dottrine politiche all’Università di Perugia, apparso sul Corriere della Sera (22 febbraio 2017), a innescare, nelle stanze di Nigrizia, l’idea di aprire un dibattito.

Il professor Belardelli ritiene che la dichiarazione di Emmanuel Macron – “il colonialismo è stato un crimine contro l’umanità” – «confermi come la perdita della dimensione del passato in atto da anni nella cultura europea non abbia lasciato immuni le élite». E critica il «dilagante anacronismo attraverso il quale si trasferiscono criteri e giudizi del presente a fatti e personaggi del passato, che così diventano sostanzialmente incomprensibili».

Per noi oggi il colonialismo è inaccettabile, «ma così non è stato per la maggioranza di quanti vivevano nell’Europa dell’800». Tanto che Giuseppe Mazzini inneggiava alla colonizzazione come strumento di incivilimento dei popoli. E lo stesso Carlo Marx rendeva merito all’odiata borghesia di includere nella civiltà anche le nazioni più barbare.

In Occidente, conclude Belardelli, si è affermata «la centralità della dimensione giuridica, e con essa dei diritti umani, quale parametro universale di giudizio: così universale da valere non solo per il presente ma anche nei confronti del passato». C’è carne al fuoco.