Sud Sudan nella tempesta
Nel paese in pieno conflitto civile, l’arrivo del presidente sudanese ha più significati: paura per la perdita del controllo sul flusso del petrolio dal nord del Sud Sudan; il timore per l’attivismo nell'area dell’ugandese Museveni; la guerra al Sudan Revolutionary Front. Possibile un intervento armato sudanese nel sud.

Lunedì 6 gennaio anche Omar El-Bashir, il presidente sudanese, ha incontrato Salva Kiir, il presidente sudsudanese, a Juba. È arrivato solo quarto, dopo l’ugandese Museweni, il kenyano Kenyatta e l’etiopico Desalegn. Non poteva ritardare oltre la sua visita, pena l’esclusione dai tavoli negoziali e la marginalizzazione regionale in una crisi che pone, invece, molti e rilevanti problemi anche a Khartoum.

Il primo è sicuramente il flusso del petrolio: i pozzi, tutti posti nella fascia settentrionale del Sud Sudan, fin dai primi giorni del conflitto sono caduti, nella quasi totalità, sotto il controllo delle truppe fedeli a Riek Machar, che si oppone al governo di Salva Kiir. I duri combattimenti negli stati di Unity, Nilo Superiore e Jonglei hanno provocato la fuga dei tecnici stranieri, in gran parte cinesi, addetti al loro funzionamento e dunque la forte riduzione del flusso se non addirittura la chiusura degli impianti. Machar, dal canto suo, ha immediatamente dichiarato di aver aperto un conto su cui far affluire le royalty, facendo supporre la ricerca di accordi con Khartoum per la realizzazione del disegno.

Il secondo è l’attivismo ugandese: Museveni, l’antagonista di sempre nella regione e il sostenitore più accanito dell’ Spla nei lunghi anni della guerra di liberazione, è sceso immediatamente in campo al fianco del governo di Juba, e non solo a livello diplomatico, ma, sembra ormai certo, anche sul piano militare. Contingenti ugandesi sarebbero già in territorio sudsudanese, pronti ad intervenire, così come sarebbero stati ugandesi gli aerei che hanno bombardato le truppe di Machar a Bor. Una presenza ingombrante che, devono aver pensato a Khartoum, va immediatamente equilibrata.

Il terzo è la presenza nelle aree di confine del Sudan Revolutionary Front, la coalizione dei movimenti di opposizione armata a Khartoum; la crisi sudsudanese potrebbe essere un’ottima occasione per limitarne drasticamente le possibilità d’azione.

Per quel che è dato sapere, accordi tanto importanti quanto inquietanti sarebbero stati raggiunti, almeno per quel che riguarda il controllo dei pozzi petroliferi. Khartoum si sarebbe dichiarata disponibile a mandare migliaia di tecnici a riattivare e a far funzionare gli impianti, insieme a un contingente militare per contribuire alla garanzia della loro sicurezza. Le implicazioni per l’escalation del conflitto e la sua regionalizzazione sono evidenti.

È inoltre chiaro che il via libera a tecnici e soprattutto a truppe sudanesi sul territorio sud sudanese ne aggraverebbe la crisi interna. Non farebbe infatti che confermare in modo eclatante le critiche sollevate da Machar e dagli altri politici del suo gruppo, quali Pagan Amun, Deng Alor e Rebecca Garang, nella conferenza stampa del 6 dicembre 2013, preludio dello scoppio del conflitto, dove si sarebbero così espressi: «Salva Kiir ha consegnato il potere dell’ Splm (partito al potere, ndr) a opportunisti e agenti stranieri che lo hanno combattuto durante la guerra di liberazione e l’implementazione degli accordi di pace. Queste azioni di Salva Kiir minano l’indipendenza raggiunta tanto duramente e la sovranità della Repubblica del Sud Sudan».

 La rilevanza della questione è tale che l’accordo, forse troppo esplicitamente e impulsivamente reso pubblico, è stato in vari modi e da varie fonti smentito, ma è chiaro che i colloqui tra i due presidenti, che ormai si chiamano fratelli, si sono svolti attorno ad un intervento armato sudanese nel nord del Sud Sudan.