GIUFA' – novembre 2011
Gad Lerner

La simultaneità con cui il movimento degli indignados conquista la scena pubblica un po’ dappertutto nel mondo, e costringe i leader a manifestargli rispetto, condiscendenza, perfino simpatia, segnala un cambiamento d’epoca. Per un lungo ciclo storico, il dilatarsi delle disuguaglianze di reddito all’interno di ogni singola società veniva sopportato, con fatalismo, quale circostanza inevitabile e sopportabile. Nel frattempo, però, una generazione assai penalizzata di giovani – per lo più scolarizzati, viaggiatori, interconnessi – era in grado di informarsi, come mai prima, sui vantaggi procurati al vertice della piramide sociale dall’iniqua distribuzione della ricchezza.

Dunque, non crescevano solo le disuguaglianze e la disoccupazione giovanile, ma anche l’informazione su di esse e l’ostentazione mediatica del lusso riservato a pochi. L’effetto suggestivo delle rivolte arabe, dimostratesi capaci di abbattere tiranni falsamente considerati inamovibili, ha funzionato da detonatore. Si rivelava plausibile cimentarsi in una sfida ambiziosa con i potenti, prima considerati inavvicinabili, imbattibili. Le stesse regole della finanza internazionale che la politica aveva accettato supinamente, quasi si trattasse di dogmi di una nuova religione mondiale, nel frattempo avevano rivelato il loro esito fallimentare: un’economia di carta vorace che si mangiava l’economia reale, imponendo ai governi scelte sempre più impopolari.

Così, il movimento degli indignados ha alzato il tiro. Snobba i politici, vista la loro manifesta irrilevanza e l’inadeguatezza delle loro manovre economiche. Denuncia la responsabilità primaria delle istituzioni finanziarie globali (dal Fondo monetario internazionale alla Banca centrale europea) nell’assecondare i fenomeni speculativi che danno luogo a vere e proprie spoliazioni e contemplano lo smantellamento dei sistemi di protezione sociale.

Ben presto si è rivelato difficile dare torto alla protesta degli indignados, che si propagava velocemente, nonostante l’ingenuità e la genericità delle loro parole d’ordine. La carica utopica delle rivendicazioni ha funzionato come un propellente, e non più come un handicap. La sproporzione delle forze in campo – il simbolo delle tende piantate di fronte ai palazzi del potere – ha finito con il moltiplicare le energie vitali di questa gioventù in grado di comunicare oltre le barriere linguistiche, grazie al linguaggio omologato della rete Internet.

Basta un attimo per sintonizzarsi da una parte all’altra del pianeta e dare luogo a manifestazioni dotate di un orizzonte internazionalista e solidale.

È vero che permane la carenza di ricette credibili per l’uscita dalla Grande Depressione, e ancora il pensiero anti-sistema non si è dotato di piattaforme rivendicative capaci di tradursi in effetti politici immediati. Ci vorrà del tempo. Ma il movimento che rivendica la supremazia del bene comune appare fecondo.