GIUFA’ – giugno 2011
Gad Lerner

Sul nostro giornale missionario, sottovoce, possiamo dircelo: avvertiamo una forte relazione simbolica fra il sommovimento del mondo arabo che fa tremare, o ha già deposto, regimi dispotici fino a ieri considerati inamovibili, e la caduta del consenso berlusconian-leghista in Italia.

Prevengo l’obiezione. Lo so anch’io che la nostra è una democrazia in cui bastano le elezioni per cambiare un sindaco o un governo e che, per quanti guasti il populismo mediatico ci abbia inflitto, non siamo paragonabili a Tunisia, Egitto, Libia, Siria. Resto dell’idea, però, che se l’inimmaginabile non si fosse concretizzato nei primi mesi del 2011 sulla sponda sud del Mediterraneo, difficilmente il moto di rigetto popolare contro le malefatte della nostra classe dirigente sarebbe stato così incisivo pure da noi.

Berlusconi non è un rais arabo, ma ha fatto molto per somigliargli. La centralità mondiale assunta dalla nuova figura sociale del giovane disoccupato, istruito, urbanizzato e connesso nella lotta per la democrazia, ha esercitato un richiamo potente anche nella nostra realtà. Soprattutto, ha inferto un colpo decisivo agli stereotipi sul “nemico esterno”, utilizzati dalla destra italiana per intimorire i sudditi. Non era vero che l’islam è di per sé una minaccia. Gli immigrati non sono un’orda pericolosa. L’informazione di regime può essere smentita dalla controinformazione diffusa. Il privilegio dei potenti non è un appannaggio dovuto loro per diritto divino. La certezza del diritto non è flessibile a seconda delle convenienze di chi vuole sottrarsi al giudizio.

Ma soprattutto: la volontà popolare non coincide con gli interessi di chi comanda, né ammette abusi contrari alle regole con il pretesto del consenso elettorale.

È come se, d’un colpo, fosse emersa l’inadeguatezza pratica, oltre che culturale, della nostra classe dirigente, invecchiata e corrotta, di fronte alle nuove sfide della realtà mondiale. Parlerei di vero e proprio anacronismo. Opporsi alla costruzione di una moschea in una città che si appresta a ospitare un’esposizione universale; fondare la politica energetica e il governo dei flussi migratori sulla partnership con dittatori odiati dai loro popoli; predicare limitazioni nazionaliste in economia e addirittura ipotizzare il ripristino delle frontiere all’interno dell’Unione europea: sono prove di senilità politica, che non corrispondono alle necessità del tempo contemporaneo.

La stessa idea di popolo era stata snaturata, ignorandone la complessa evoluzione. Falsamente rappresentato come una comunità etnica rinchiusa su sé stessa, pronta ad accettare disuguaglianze crescenti al proprio interno, pur di riconoscersi nell’autorità di leader indiscutibili, distanti. Le si oppongono finalmente un ritorno alla partecipazione e la ricerca di nuove figure di rappresentanza più umili, disposte al dialogo. La rivoluzione araba ha suonato la sveglia e ha fatto del bene anche a noi.