Da Nigrizia di gennaio 2011: Iran-Africa / la partita della demoteocrazia nel continente
Da almeno un decennio Teheran sta lavorando per rafforzare i legami con l’Africa. Ma il sequestro di armi iraniane in Nigeria, la rottura dei rapporti diplomatici con il Gambia e le tensioni con il Senegal, rischiano di minare la ragnatela di alleanze costruite dagli ayatollah anche con il summit Iran-Africa dello scorso settembre.

Nel mondo di cartapesta degli inganni, dove le finzioni prevalgono sulle verità, quei 13 container arrivati al porto di Apapa, a pochi chilometri da Lagos (Nigeria), dovevano contenere materiale per l’edilizia. Erano stipati, invece, di armi: lanciamissili, bombe a mano e materiali esplosivi di varia natura. Pare che ci fossero anche razzi di artiglieria in grado di colpire bersagli a chilometri di distanza. Erano lì dal 10 luglio, giunti a bordo dell'” Everest”, nave battente bandiera delle Isole Marshall, affittata da una compagnia con sede in Francia, la Cma Cgm. La sgradevole scoperta è avvenuta il 26 ottobre, oltre tre mesi dopo l’arrivo della nave. Forse una soffiata. Forse un controllo più accurato del solito, dato che il traffico illegale di armi è una pratica assai diffusa in Nigeria, paese preoccupato per l’avvicinarsi del voto presidenziale (23 aprile prossimo).

 

Un ritrovamento che sta terremotando i buoni rapporti tra Abuja e Teheran. La nave, infatti, era partita da Bandar Abbas, porto petrolifero iraniano sul Golfo Persico. L’Associated Press ha rivelato che gli organizzatori del viaggio erano stati due cittadini iraniani. Avrebbero agito tramite una società di Teheran, la International Trading & General Construction. Alle loro spalle, tuttavia, ci sarebbe il governo iraniano. In manette è finito un nigeriano, l’unico senza immunità diplomatica, con un passato di studente in Iran e di attivista a Radio Teheran.

 

Dopo aver annullato l’incontro di calcio tra le nazionali di Iran e Nigeria, previsto per il 17 novembre a Teheran, Abuja, indispettita, il 15 novembre ha segnalato il sequestro di quei 13 container sigillati al Consiglio di sicurezza dell’Onu, di cui è membro provvisorio.

 

Per alcuni giorni, quell’improvvisa scoperta non è stata commentata dalla demoteocrazia persiana. Israele – che vive l’Iran, imbaldanzito da un potenziale arsenale militare e nucleare, come una minaccia mortale per sé e per l’Occidente – ha fatto trapelare immediatamente dai suoi media che quelle armi erano dirette a Gaza, ai militanti di Hamas, attraverso una nuova rotta di contrabbando, essendo diventata troppo insicura la tradizionale via del Mar Rosso.

 

Il 12 novembre molti giornali internazionali, tra cui il Corriere della Sera in Italia, rilanciavano un’altra ipotesi: il progetto segreto e ambizioso di Teheran era rifornire diversi gruppi ribelli africani, tra cui l’Hisba (movimento che vuole imporre la legge islamica nel nord della Nigeria), i Boko Haram (i “talebani” nigeriani), il Mend (i ribelli del Delta del Niger) e gli insorti senegalesi della Casamance, nel sud del paese.

 

Ma interrogata dalle autorità nigeriane, la società Cma Cgm rivelava che il mittente della spedizione aveva chiesto che i container fossero riesportati in Gambia. Non si sa se come tappa finale. O ancora intermedia. Una conferma a queste indiscrezioni arrivava dal funzionario iraniano, nonché presidente del National Security, Alaeddin Borqujerdi. All’agenzia ufficiale della repubblica islamica (Irna) dettava: «Una compagnia privata iraniana ha mandato armi in Gambia, ma in linea e nel rispetto delle leggi internazionali». Ad avvalorare tale ipotesi sono poi giunte le parole del ministro degli esteri iraniano (destituito a dicembre), Manouchehr Mottaki, che, in visita ad Abuja per ricucire lo strappo diplomatico, confermava che il carico non era diretto né a Gaza né in Nigeria. Ma in Gambia.

 

Rivelazioni shock per Banjul. Che ha scelto la risposta più drastica da dare a Teheran: il 23 novembre il governo gambiano ha lasciato 48 ore di tempo ai diplomatici iraniani per abbandonare il paese. Ha interrotto ogni rapporto politico e di cooperazione con il paese mediorientale, compreso l’accordo da 2 miliardi di dollari che prevedeva l’arrivo in Gambia di veicoli commerciali e pesanti iraniani. Una scelta alquanto singolare. Banjul, infatti, era tra i paesi più fedeli e fidati di Teheran. Si erano giurati amore eterno e reciproco supporto. In particolare dal 1994, quando era salito al potere l’attuale presidente Yahya Jammeh, che ha sempre difeso il diritto dell’Iran di diventare una potenza nucleare. Il presidente iraniano, Mahmud Ahmadinejad, è stato ospite d’onore in Gambia in occasione del vertice dell’Unione africana (Ua) del 2006 e ha visitato il paese anche nel novembre 2009.

 

Ma gli effetti negativi di quel carico d’armi trovato ad Apapa superano, ormai, i confini gambiani e nigeriani. Il 15 dicembre anche il Senegal ha ritirato il suo ambasciatore da Teheran, insoddisfatto delle risposte iraniane sul fatto che quei 13 container non fossero destinati anche ai ribelli della Casamance. Per il Financial Times l'”affaire Everest” potrebbe rivelarsi «un duro colpo alle ambizioni dell’Iran di elevarsi a potenza regionale e leader del blocco dei paesi non allineati», con il rischio di rompere la ragnatela di alleanze costruite faticosamente in Africa dal presidente Ahmadinejad.

 

 

Teheran, la via africana

Quando si parla dell’Iran, ci si concentra sul Medio Oriente. Ma da almeno 10 anni anche l’Africa è al centro dell’attenzione persiana. Proprio perché il continente sta diventando una pedina strategica nello scacchiere mediorientale e asiatico.

 

E sono almeno quattro i punti fermi del disegno degli ayatollah in Africa: a) accrescere il peso politico “nel continente più ricco del mondo”, per uscire dall’isolamento occidentale di Teheran; b) sviluppare rapporti economici; c) esportare il credo rivoluzionario nelle comunità islamiche africane; d) mantenere ed estendere una rotta marittima e terrestre che permetta all’Iran di trasferire armi verso nord e verso Gaza.

 

Israele e l’Occidente sospettano che l’Iran stia cercando di destabilizzare lo scenario africano, prendendo il posto che fu della Libia negli anni ’80. Certamente, lo sguardo a sud della demoteocrazia persiana ha anche, se non principalmente, una dimensione diplomatica e geopolitica: Teheran sta cercando di espandere le proprie aree d’influenza per controbilanciare l’isolamento di cui soffre a livello internazionale. Forte delle sue ricchezze, a partire dal petrolio, l’Iran offre aiuti e stringe patti in Africa con molti paesi in difficoltà, in cambio di sostegno politico, per uscire dall’angolo in cui l’ha infilato la serie di risoluzioni dell’Onu – l’ultima è la 1929 del giugno 2010 – contenenti sanzioni commerciali e finanziarie alla repubblica islamica per il suo rifiuto di interrompere il programma nucleare.

 

Il 2009 e il 2010 sono stati gli anni dei safari dei mullah. Ahmadinejad ha visitato in aprile lo Zimbabwe e l’Uganda; in luglio, la Nigeria e il Mali; in settembre, l’Algeria. Il suo ministro degli esteri, in ottobre, è stato in Benin, Burkina Faso, Ghana e Togo; nell’anno precedente ha realizzato ben 20 viaggi nel continente africano. Una parabola singolare è quella compiuta dalla Mauritania: è il paese che negli ultimi due anni ha spostato più di altri e nettamente la sua politica internazionale a favore dell’Iran. Da sempre geloso custode di buoni rapporti con Gerusalemme (è uno dei tre stati arabi che riconosce quello ebraico), nel marzo del 2009 Nouakchott ne ha incrinato i rapporti, espellendo l’ambasciatore israeliano. In quelle stesse ore, il paese africano riceveva da Teheran un finanziamento di 10 milioni di dollari. Prima tappa iraniana per riempire il vuoto lasciato in Mauritania da Israele.

 

Ma l’Iran sta da tempo coltivando buone relazioni anche con l’Ua, dalla quale è stato accettato come osservatore interno. Ahmadinejad si è anche dichiarato pronto a ospitare nel suo paese il prossimo vertice dell’Unione. E per costruire una piattaforma istituzionale di collaborazione con i paesi africani, si è tenuto nella capitale persiana, il 14 e 15 settembre 2010, il Forum Iran-Africa, al quale hanno partecipato rappresentanti di 40 stati africani, con la presenza dei presidenti del Senegal e del Malawi. «Non ci sono limiti all’espansione delle relazioni tra Iran e paesi africani, visto che le due realtà hanno idee e pensieri simili», le parole con cui il presidente iraniano ha accolto le delegazioni africane. Dall’incontro è uscita anche la proposta di far nascere una banca afro-iraniana.

 

Scambi economici

L’economia persiana si classifica tra le prime 20 a livello mondiale. L’Iran detiene il 10% delle riserve globali di petrolio ed è il quarto produttore mondiale di oro nero. In Africa, copre circa il 40% del fabbisogno petrolifero sudafricano. L’interscambio tra Teheran e Pretoria supera i 20 miliardi di dollari, con il Sudafrica che rappresenta il principale partner africano dell’Iran. Allo stesso tempo, numerose imprese sudafricane hanno investito nel paese mediorientale. Come il Mtn Group, tra le più importanti società di telefonia mobile, che detiene il 49% di Irancell, grazie a un investimento di un miliardo e mezzo di dollari.

 

Ma guardando anche solo al settore non-oil, secondo l’Organizzazione iraniana di promozione del commercio, l’export iraniano in Africa ha registrato un aumento del 52% nei primi cinque mesi del corrente anno – che per Teheran è iniziato a marzo 2010 -, attestandosi sui 187 milioni di dollari, contro i 122 milioni del periodo marzo-agosto 2009. Fra i maggiori partner commerciali iraniani nel continente vi sono, oltre al Sudafrica, l’Uganda (alla quale Teheran ha promesso di aprire una linea di credito per 46 milioni di dollari, tramite la Export Development Bank of Iran), il Kenya (dove l’Iran ha già costruito dighe, industrie farmaceutiche, raffinerie, e fornisce borse di studio, con Teheran che è il principale cliente del tè kenyano), la Namibia (dove la Iran Foreign Investment Co. «detiene il 15% della miniera di uranio di Rossing, la terza al mondo per produzione e con riserve stimate per almeno altri dodici anni», come ci ricorda Nima Babeli sulla rivista Limes).


Strategici restano anche lo Zimbabwe, la Costa d’Avorio, il Sudan, per ragioni che approfondiremo, e il Senegal, dove la Khodro, azienda iraniana che produce automobili, ha costruito nel 2007 a Thiès una fabbrica nella quale saranno assemblate le auto che conquisteranno l’Africa Occidentale.

 

 

Incursioni religiose

Ma Dakar è una realtà molto ambita anche per un altro mercato: quello religioso. Con una popolazione sciita in forte crescita, Teheran trova in Senegal terreno fertile dove esportare la rivoluzione islamica, grazie anche alla presenza in loco di una comunità di circa 40mila libanesi, “missionari” del verbo sciita. Già oggi l’Iran sovvenziona nel paese africano un seminario teologico e una rete di scuole religiose. Nel 2008, Teheran ha contribuito a preparare a Dakar il summit della Conferenza islamica. In Senegal è stato perfino fondato un partito Hezbollah. E il presidente Abdoulaye Wade ha compiuto, dal 2003, almeno sei viaggi a Teheran, dove ha sempre difeso il diritto iraniano alla tecnologia nucleare. E non è un caso che sia stato uno dei due presidenti africani presenti al Forum di settembre nella capitale iraniana. Ora le carte si rimescolano, dopo il ritiro dell’ambasciatore senegalese da Teheran.

 

L’Iran ha, comunque, tra gli obiettivi prioritari, anche quello di rafforzare il blocco musulmano in Africa. Nel suo viaggio in Nigeria, in luglio, Ahmadinejad ha incontrato i leader religiosi islamici. E anche il suo andare in Mali è stato letto con le lenti del proselitismo. Gli americani si sono molto arrabbiati. Temono che il binomio Hezbollah-Iran possa infiltrarsi in altri stati africani, in particolare in quelli della costa occidentale, dove vivono da decenni ricche comunità sciite.

 

Alle spalle della diffusione del verbo rivoluzionario ci sarebbe, comunque, il servizio intelligence dei pasdaran, il corpo di guardia della rivoluzione islamica. Lo stesso che utilizza il Sudan – trasformato da Teheran nel terzo maggior produttore continentale di armi, grazie a una fabbrica costruita nel nord del paese – in piattaforma dell’attività clandestina iraniana in Africa. Una presenza discreta, la loro, a presidio della principale stazione nel traffico d’armi in favore di Hamas.

 

 

Il corridoio delle armi

L’episodio è stato silenziato per mesi. Nel gennaio del 2009, nell’area nord di Khartoum si è svolto un importante incontro tra pasdaran iraniani e trafficanti senza scrupoli. L’oggetto dell’incontro era l’invio di armi nella striscia di Gaza. Il vertice, in realtà, si è trasformato in uno scontro: quattro iraniani sono stati assassinati brutalmente per una questione di soldi. Pochi giorni dopo – in febbraio – l’aviazione israeliana ha bombardato 3 convogli nel deserto sudanese, composti da una trentina di camion, alcuni carichi di armi.

 

Si è scoperto, successivamente, che tutti questi raid avevano un unico obiettivo: interrompere il “corridoio delle armi” in favore dei militanti palestinesi. Un corridoio che corre lungo la costa orientale dell’Africa. Per molto tempo il materiale che serviva ad Hamas partiva in nave dall’Iran, attraccava in Eritrea, risaliva in territorio sudanese, con Port Sudan, sul Mar Rosso, come snodo centrale. Da qui, proseguiva verso il Sinai, affidato ai clan beduini che ne assicuravano il passaggio finale a Gaza attraverso il tunnel. La filiera ha messo in allarme non solo Israele e gli Stati Uniti. Ma anche l’Egitto, preoccupato per possibili contraccolpi interni.

 

Sudanesi, eritrei, iraniani da anni formano la “santa trinità” anti-israeliana. Il porto di Assab, in Eritrea, è stato spesso “appaltato” a Teheran. Porto strategico, visto che nel Golfo di Aden transita un quarto del petrolio del pianeta, ma anche il 10% del commercio marittimo mondiale. C’è stato un periodo in cui gli ayatollah avevano inviato nella regione da due a sei navi che, se da un lato, erano lì (almeno ufficialmente) per dare la caccia ai pirati somali, dall’altro si sono rivelate uno scudo impenetrabile per i mercantili dei traffici. Per questo, il controllo dello stretto era diventata una delle priorità della politica iraniana. Gli attacchi aerei ai convogli sospetti e il blocco navale israeliano davanti alle acque di Gaza hanno limitato i danni. Ma non affievolito i propositi persiani di alimentare il conflitto nei territori occupati, accendendo micce anche in terra africana.

 

I 13 container sbarcati a Apapa lo testimoniano.





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