Le incognite

Le proteste nel mondo islamico contro gli Stati Uniti a settembre non appaiono figlie del caso. Restano molte le incognite che avvolgono l'ondata di violenza.

La tempesta perfetta. Così è stata definita la catena di eventi che hanno dato origine alle proteste islamiche contro Stati Uniti e Occidente a settembre, prima e dopo l’attacco alle rappresentanze diplomatiche americane al Cairo (Egitto), e a Bengasi (Libia), dove sono morti l’ambasciatore J. Christopher Stevens, tre funzionari americani e alcuni poliziotti libici. Catena che ha diversi anelli. Il primo è rappresentato dalla data: l’evocativo 11 settembre. Poi le tensioni regionali, che si sono ramificate in pochissimo tempo: la mappa delle violenze comprende la Nigeria, la Mauritania, il Marocco, la Tunisia, la Libia, l’Egitto, il Sudan, per parlare solo dell’Africa. Ci sono poi gli appelli qaidisti, come l’annuncio, avvenuto il giorno prima dell’assalto al consolato di Bengasi, del capo di Al-Qaida, Ayman al Zawahiri. Aveva commemorato in Rete la morte, avvenuta più di tre mesi prima (il 4 giugno), del numero due del gruppo, il libico Abu Yahya al-Libi). C’è il fatto curioso, poi, che alcuni dei violenti scesi in strada siano risultati “arrabbiati” su comando e foraggiati: il primo ministro egiziano Hisham Qandil, intervistato dalla Bbc, ha infatti rivelato che alcuni arrestati per i disordini alla sede diplomatica Usa al Cairo erano stati pagati.

Tutti fatti che non appaiono figli del caso. Restano molte, così, le incognite che avvolgono il vaso di Pandora che s’è aperto a settembre. E tra gli enigmi c’è pure il presunto e misterioso film che ha dato origine alle proteste, dove si prende in giro Maometto; come da svelare è anche il ruolo delle petro-monarchie del Golfo che non vedono di buon occhio l’ascesa dei Fratelli Musulmani nei paesi del Nord Africa, per i loro appelli alle aspirazioni popolari contro gli stessi regimi autocratici.

La risposta muscolare di Washington (navi da guerra al largo della Libia e droni a sorvolare i suoi cieli) era scontata, con Obama in campagna elettorale per le presidenziali. Ma l’intelligence americana aveva dato poco peso alle avvisaglie che c’erano state nell’area: la bomba esplosa il 6 giugno proprio davanti al consolato americano a Bengasi; gli attacchi salafti agli eretici “sufi” con distruzione dei santuari; l’assedio all’ambasciata israeliana al Cairo (settembre 2011) e la progressiva instabilità del Sinai…

Oggi Washington non può defilarsi da questa porzione di mondo, come dopo la missione Nato in Libia. Soprattutto, non può farsi sfilare sotto gli occhi l’Egitto, paese tradizionalmente amico. Consegnare la terra dei Faraoni ai fondamentalisti significherebbe affidare nelle loro mani il canale di Suez, tagliola perfetta con cui ricattare l’Occidente. La vera sfida di Washington è fidarsi dell’islamico neo-presidente Mohamed Morsi, sostenendolo economicamente e politicamente.  Alleanza indigesta ai salafiti che contano un quarto dei seggi in parlamento e qualche milione di adepti nella popolazione.

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